🇮🇹  LA FORMULAZIONE DELLA FEDE IN SAN GIOVANNI: CREDERE, CONFESSARE E RIMANERE IN GESÙ CRISTO. Di Vicente Montesinos

Studio teologico sul contenuto cristologico della fede nel Vangelo e nelle Lettere di San Giovanni, alla luce del Magistero di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

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LA FEDE NELL VANGELO DI SAN GIOVANNI

 

 

di Vicente Montesinos

Direttore dI Adoración y Liberación

 

 

 

 

 

 

 

La teologia di san Giovanni obbliga a porre una questione che oggi torna ad essere decisiva: che cosa significa realmente credere in Gesù Cristo?

La domanda può sembrare elementare, ma smette di esserlo non appena si esamina il modo in cui il quarto Vangelo e le Lettere giovannee parlano della fede. In san Giovanni, credere non viene mai ridotto a un sentimento religioso, a una fiducia indeterminata in Dio né a un’adesione generica ai valori di Gesù.

La fede implica una relazione personale con Cristo, ma questa relazione possiede un contenuto concreto. Il credente non soltanto si consegna a qualcuno: riconosce chi è questo Qualcuno.

Questo è uno dei tratti più profondi della teologia giovannea. San Giovanni non separa ciò che in determinate correnti contemporanee si è tentato di contrapporre: la fede come incontro personale e la fede come accettazione di una verità rivelata. In lui entrambe le dimensioni appaiono intimamente unite.

L’uomo crede in Cristo precisamente perché riconosce in Lui l’inviato del Padre, il Messia, il Figlio di Dio, il Verbo fatto carne. E, riconoscendolo, si consegna a Lui.

Lo stesso Vangelo dichiara espressamente la propria finalità:

«Queste cose sono state scritte perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,31).

Questa frase costituisce praticamente una chiave di lettura dell’intero scritto. Esiste un atto di fede, esiste un contenuto di questa fede ed esiste una conseguenza: la vita.

San Giovanni collega queste tre realtà in modo tale che diventa impossibile conservarne una eliminando le altre.

 

LA FEDE GIOVANNEA: ADESIONE PERSONALE E RICONOSCIMENTO DI UNA VERITÀ

Nel linguaggio di san Giovanni è particolarmente significativa l’utilizzazione del verbo «credere».

L’evangelista impiega ripetutamente espressioni equivalenti a «credere in» Cristo, ma anche costruzioni nelle quali si crede «che» qualcosa sia vero riguardo a Lui.

La differenza è teologicamente feconda.

«Credere in» esprime l’orientamento personale del credente verso Cristo. Non si tratta semplicemente di ammettere l’esistenza di Gesù né di accettare intellettualmente determinate affermazioni. È una consegna. L’uomo si affida a Lui, riconosce la sua autorità e ripone in Lui la propria speranza.

Ma san Giovanni utilizza anche il «credere che». Esistono affermazioni determinate che appartengono all’atto di fede.

Gesù stesso dice:

«Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati» (Gv 8,24).

Prima di risuscitare Lazzaro, domanda a Marta se crede ciò che le ha appena annunciato riguardo alla risurrezione e alla vita. Ella risponde con un’autentica professione cristologica:

«Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27).

Qui appare chiaramente che la fede cristiana possiede un contenuto.

Marta non risponde soltanto che si fida di Gesù. Dice chi crede che sia Gesù. La sua fiducia poggia su una verità riconosciuta.

Questo impedisce di contrapporre artificiosamente la fede personale alla fede dottrinale. Per san Giovanni, la dottrina cristologica non è qualcosa di aggiunto successivamente a una relazione originariamente pura con Gesù. Fa parte di quella relazione, perché nessuno può aderire veramente a Cristo senza domandarsi chi sia Cristo.

San Giovanni pone così il credente davanti a una realtà che lo precede.

Gesù Cristo non dipende dalla nostra interpretazione. La sua identità non nasce dall’esperienza soggettiva che ciascuno possa avere di Lui. È il credente che deve conformare la propria fede alla verità di Cristo, e non Cristo che deve essere adattato alla coscienza del credente.

San Giovanni Paolo II insisterà secoli dopo su questa relazione tra fede e verità.

In Fides et ratio mostrerà che la Rivelazione non consegna all’uomo una collezione arbitraria di proposizioni religiose, ma la verità di Dio che raggiunge la sua manifestazione definitiva in Gesù Cristo.

La verità cristiana non è, dunque, un’astrazione separabile da Cristo: in Lui possiede volto, storia e presenza personale.

Proprio per questo la fede può essere contemporaneamente incontro e assenso, relazione personale e accettazione della verità rivelata.

 

 

IL VANGELO DI SAN GIOVANNI È COSTRUITO ATTORNO ALL’IDENTITÀ DI GESÙ

Una lettura attenta del quarto Vangelo permette di verificare che gran parte della sua architettura ruota attorno a una domanda:

Chi è Gesù?

Le risposte emergono progressivamente.

I primi discepoli lo riconoscono come Messia. Natanaele lo chiama «Figlio di Dio» e «Re d’Israele». I Samaritani finiscono per confessarlo come «Salvatore del mondo». Pietro dichiara:

«Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,69).

Marta confessa il Cristo e il Figlio di Dio.

Tommaso, davanti al Risorto, porta la confessione a una formulazione di impressionante densità:

«Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).

Queste confessioni non sono elementi secondari all’interno del racconto. Segnalano momenti decisivi del cammino di fede.

San Giovanni conduce il lettore dai primi interrogativi su Gesù fino al pieno riconoscimento del suo mistero.

Il Vangelo comincia affermando che «il Verbo era Dio» e che «il Verbo si fece carne» (Gv 1,1.14); termina praticamente con un discepolo inginocchiato davanti al Risorto che dice: «Mio Signore e mio Dio».

Tra questi due estremi si sviluppa la rivelazione dell’identità di Cristo.

Gesù è l’inviato del Padre, ma non è un inviato come gli altri. È venuto dall’alto. Possiede una relazione unica con il Padre.

Può affermare:

«Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30).

Può dire che chi ha visto Lui ha visto il Padre (Gv 14,9).

Parla della gloria che possedeva presso il Padre prima della creazione del mondo (Gv 17,5).

Pronuncia espressioni nelle quali risuona il nome divino:

«Prima che Abramo fosse, Io Sono» (Gv 8,58).

La fede che san Giovanni richiede si dirige precisamente a questo Cristo.

Per questo qualsiasi cristologia che riduca Gesù a maestro morale, riformatore sociale, profeta religioso o simbolo di fraternità non rende giustizia alla testimonianza giovannea.

Tutte queste categorie possono indicare aspetti parziali della sua azione storica, ma risultano radicalmente insufficienti per esprimere chi dice san Giovanni che Egli sia.

Il Gesù giovanneo esige una decisione proprio perché si presenta come Colui nel quale il Padre si è rivelato in modo definitivo.

 

 

«GESÙ È IL CRISTO»: UNA FORMULAZIONE DI FEDE

Una delle formule centrali degli scritti giovannei è «Gesù è il Cristo».

Oggi corriamo il rischio di leggere «Gesù Cristo» come se si trattasse semplicemente di un nome composto. Per il cristianesimo apostolico, invece, affermare che Gesù è «il Cristo» costituisce una professione di fede.

Significa riconoscere in Gesù di Nazaret il Messia promesso e confessare che in Lui si compie l’opera salvifica di Dio.

La Prima Lettera di San Giovanni attribuisce a questa affermazione un peso straordinario:

«Chiunque crede che Gesù è il Cristo è nato da Dio» (1 Gv 5,1).

E, in senso inverso:

«Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo?» (1 Gv 2,22).

San Giovanni non presenta qui due interpretazioni religiose equivalenti. Esiste un’affermazione che appartiene alla fede e una negazione che distrugge quella fede.

Questo risulta particolarmente importante nel nostro tempo, perché siamo abituati a considerare ogni affermazione religiosa come espressione soggettiva di un’esperienza personale.

San Giovanni pensa in modo diverso.

La fede risponde a una realtà che può essere confessata o negata.

Proprio per questo la verità possiede tanta importanza all’interno dell’amore cristiano. Amare Cristo implica amare la verità su Cristo.

Non sarebbe possibile affermare di amare una persona e, allo stesso tempo, considerare indifferente che la sua identità venga falsificata.

San Giovanni Paolo II sviluppò questa dimensione in Redemptoris missio.

La missione cristiana ha senso soltanto perché la Chiesa crede realmente che Gesù Cristo è il Salvatore.

Se Cristo fosse soltanto un’espressione religiosa tra altre ugualmente intercambiabili, il mandato missionario risulterebbe incomprensibile.

L’evangelizzazione nasce da una convinzione cristologica: Dio ha agito realmente in Gesù Cristo per la salvezza dell’uomo.

 

 

«GESÙ È IL FIGLIO DI DIO»

La finalità dichiarata del quarto Vangelo non si ferma al fatto che crediamo che Gesù è il Cristo. Aggiunge immediatamente:

«Il Figlio di Dio».

Questa seconda formulazione conduce ancora più profondamente al centro della cristologia giovannea.

La filiazione di Gesù non può essere intesa come semplice vicinanza morale a Dio.

San Giovanni descrive una relazione singolare tra Gesù e il Padre. Il Figlio viene dal Padre, parla ciò che ha udito dal Padre, compie le opere del Padre e ritorna al Padre.

Ma questa relazione possiede un carattere che supera completamente quello dei profeti.

Il Prologo offre la chiave.

Prima di parlare di Gesù di Nazaret, san Giovanni parla del Logos eterno:

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio».

Quel medesimo Verbo «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,1.14).

L’Incarnazione costituisce, dunque, il presupposto di tutta la fede giovannea.

Gesù non è un uomo che successivamente sia stato elevato simbolicamente a una condizione divina. È il Verbo eterno che è entrato realmente nella storia umana.

Per questo risulta impossibile conservare intatta la fede giovannea eliminando la divinità di Cristo.

La terminologia cristiana può essere mantenuta per un certo tempo, ma il suo contenuto sarà stato cambiato.

La confessione «Gesù è il Figlio di Dio» non costituisce un’elaborazione teologica ornamentale. Fa parte di ciò che il Vangelo intende suscitare nel lettore.

Benedetto XVI insisterà costantemente su questa realtà.

Dai suoi primi interventi come Pontefice fino a Verbum Domini, Cristo appare come la Parola definitiva di Dio, non semplicemente come uno dei numerosi portatori di parole religiose.

Dio ha comunicato se stesso nel Figlio.

La fede cristiana, dunque, non si fonda semplicemente su un messaggio.

Si fonda su una Persona che è essa stessa la Parola fatta carne.

 

 

IL VERBO SI FECE CARNE: LA CONFESSIONE DELL’INCARNAZIONE

Le Lettere di San Giovanni permettono di comprendere fino a che punto la confessione cristologica sia diventata molto presto criterio per discernere la vera fede.

«Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne è da Dio» (1 Gv 4,2).

Questa affermazione può essere compresa adeguatamente soltanto tenendo conto della comparsa, fin dai primi tempi cristiani, di interpretazioni che pretendevano di conservare una qualche forma di spiritualità cristiana indebolendo la realtà dell’Incarnazione.

San Giovanni reagisce con straordinaria fermezza.

Il Figlio è venuto realmente nella carne.

La storia conta.

Il corpo conta.

L’Incarnazione conta.

La Passione conta.

La Risurrezione conta.

La salvezza cristiana non avviene soltanto all’interno della coscienza religiosa. Dio è intervenuto nella storia.

Questo è un elemento decisivo per comprendere il carattere oggettivo del cristianesimo.

La nostra fede non consiste soltanto nel considerare vere determinate idee su Dio.

Confessiamo avvenimenti: il Verbo si fece carne, Cristo morì, Cristo risuscitò.

San Giovanni Paolo II tornò su questo punto in Novo millennio ineunte, indicando che la contemplazione cristiana del volto di Cristo si appoggia sulla testimonianza evangelica e apostolica.

La fede trascende certamente la ricerca storica, ma non è costruita al margine della storia.

Il cristianesimo si riferisce a qualcosa che è realmente accaduto.

La Risurrezione rappresenta il caso più evidente.

Se viene ridotta a simbolo di speranza, trasformazione interiore o esperienza comunitaria, l’affermazione apostolica è stata abbandonata.

I discepoli non proclamarono semplicemente che la causa di Gesù continuava a vivere.

Proclamarono che Gesù era vivo.

La differenza è assoluta.

 

 

CREDERE E CONFESSARE

Negli scritti giovannei appare una stretta relazione tra la fede interiore e la sua espressione confessante.

San Giovanni utilizza il verbo «confessare» proprio per riferirsi al riconoscimento pubblico dell’identità di Cristo:

«Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio» (1 Gv 4,15).

La confessione esteriore presuppone una verità interiormente creduta.

Questo permette di comprendere meglio l’origine e il significato profondo delle professioni di fede cristiane.

Il Credo non apparve come una costruzione burocratica destinata a complicare una religione inizialmente semplice.

Nasce da una necessità inerente alla fede stessa: esprimere ciò che si crede.

Fin dall’inizio, la comunità cristiana dovette rispondere a domande concrete.

Chi è Gesù?

Che cosa significa che è il Figlio?

È venuto realmente nella carne?

È risorto veramente?

Quale relazione esiste tra il Padre e il Figlio?

Confessare la fede significa rispondere.

Per questo lo sviluppo dogmatico successivo non può essere compreso correttamente come sostituzione di una presunta fede spontanea con un sistema intellettuale.

I concili e le formulazioni dogmatiche cercheranno precisamente di proteggere l’identità di Cristo confessata fin dall’inizio.

Quando Nicea dichiarerà che il Figlio è «Dio vero da Dio vero», non starà creando un altro cristianesimo.

Starà difendendo la confessione apostolica di fronte a un’interpretazione che conservava molte parole cristiane modificandone però il significato.

Il dogma, correttamente inteso, non sostituisce Cristo.

Protegge la verità su Cristo.

 

 

TESTIMONIANZA E FEDE: NESSUNO INVENTA IL VANGELO

Un altro concetto essenziale del quarto Vangelo è la testimonianza.

Giovanni Battista viene «per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui» (Gv 1,7).

Le opere di Gesù danno testimonianza.

Il Padre dà testimonianza.

Le Scritture danno testimonianza.

Lo Spirito darà testimonianza.

Infine, gli Apostoli daranno testimonianza perché sono stati con Cristo fin dall’inizio.

Questa struttura possiede un’enorme importanza teologica.

La fede arriva all’uomo mediante una testimonianza ricevuta.

Il credente non produce la Rivelazione dal proprio interno.

La riceve da qualcuno che testimonia ciò che, a sua volta, ha ricevuto.

Gesù stesso afferma nella preghiera sacerdotale:

«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola» (Gv 17,20).

In quella frase siamo inclusi noi.

La nostra fede è storicamente legata alla testimonianza apostolica.

Nessuno di noi era presso il Giordano.

Non abbiamo visto la moltiplicazione dei pani.

Non eravamo nel Cenacolo quando Cristo apparve dopo essere risorto.

Non abbiamo udito fisicamente la sua voce.

Crediamo grazie a una testimonianza che ha attraversato i secoli.

Questa realtà spiega anche perché la fede cristiana sia necessariamente ecclesiale.

Non significa che la relazione con Cristo sia impersonale. È profondamente personale.

Ma nessuno si dà da sé il Vangelo.

Benedetto XVI espresse con grande precisione questa realtà in Verbum Domini.

La fede è un atto personale mediante il quale l’uomo risponde al Dio che si rivela, ma si realizza all’interno della fede della Chiesa.

La stessa Parola che interpella personalmente il credente è stata ricevuta, custodita e trasmessa nel Corpo di Cristo.

Questa dimensione ecclesiale costituisce una protezione contro il soggettivismo religioso.

Il problema comincia quando si sostituisce «Gesù Cristo» con «il mio Gesù» e la testimonianza apostolica con «la mia interpretazione».

Il cristiano non crede in una rappresentazione privata di Cristo.

Crede in Cristo.

 

 

LA FEDE PUÒ APPROFONDIRSI SENZA CAMBIARE OGGETTO

San Giovanni mostra anche che la fede conosce uno sviluppo.

I discepoli cominciano a seguirlo senza comprendere ancora pienamente chi Egli sia. I segni suscitano la fede, ma la stessa fede dovrà essere purificata.

Alcuni credono ancora in modo imperfetto.

Altri si tirano indietro quando le parole di Gesù diventano difficili.

Pietro rimane.

Tommaso passa dall’incredulità davanti alla testimonianza degli altri alla confessione più alta del Vangelo.

Esiste, dunque, una crescita nella fede.

Questo ha un’enorme importanza per comprendere lo sviluppo dottrinale della Chiesa.

La comprensione della Rivelazione può approfondirsi.

La Chiesa può formulare con maggiore precisione verità già contenute nella fede apostolica.

Nuove questioni possono obbligarla a distinguere concetti che in precedenza non avevano avuto bisogno di una formulazione tecnica.

Ma approfondire non significa contraddire.

Lo sviluppo dottrinale autentico mantiene l’identità dell’oggetto creduto.

La Chiesa può comprendere sempre meglio che cosa significa che Gesù Cristo è il Figlio eterno del Padre.

Ciò che non può accadere è che lo sviluppo finisca per significare che non è veramente il Figlio.

Può approfondire il mistero dell’Incarnazione.

Non può trasformare l’Incarnazione in un semplice simbolo.

Può spiegare in modi nuovi la Risurrezione.

Non può spiegare così tanto da finire per negare che Cristo sia realmente risorto.

San Giovanni Paolo II aiuta nuovamente a illuminare questa questione in Fides et ratio.

L’intelligenza della fede cerca di penetrare il significato della Rivelazione, non di sostituirla.

Le formulazioni dottrinali sono necessarie precisamente perché la verità rivelata possiede un contenuto intelligibile.

Anche qui appare un pericolo molto contemporaneo: conservare le parole modificando ciò che significano.

È possibile recitare il Credo e, contemporaneamente, svuotare ciascuna delle sue affermazioni mediante successive reinterpretazioni.

In quel caso rimane la terminologia, ma l’identità della fede comincia a scomparire.

La fedeltà non consiste semplicemente nel ripetere suoni antichi.

Consiste nel conservare la stessa verità.

 

 

LA FEDE NON È FIDEISMO

Nulla di quanto detto trasforma la fede in un esercizio puramente intellettuale.

San Giovanni utilizza verbi che implicano conoscere, vedere, ascoltare, ricevere, rimanere, amare e osservare i comandamenti.

La sua concezione della fede riguarda la totalità dell’uomo.

Ma proprio per questo non permette neppure di ridurre la fede a emozione.

Credere implica intelligenza e volontà.

La fede riconosce una verità e si consegna ad essa.

San Giovanni Paolo II dedicò Fides et ratio a ricordare che fede e ragione provengono dallo stesso Dio e non possono contraddirsi.

La Rivelazione contiene misteri che superano la capacità naturale della ragione, ma non la distruggono.

La grazia non esige dall’uomo la rinuncia alla propria intelligenza.

Il cristiano può studiare le ragioni di credibilità, esaminare la testimonianza storica, approfondire la Scrittura, utilizzare la filosofia e fare teologia.

L’assenso soprannaturale della fede supera tutto questo perché si fonda ultimamente sull’autorità di Dio che rivela, ma non per questo diventa irrazionale.

Esiste una differenza enorme tra mistero e assurdo.

La Trinità è mistero.

L’Incarnazione è mistero.

L’unione della natura divina e della natura umana in Cristo è mistero.

Ma affermare che qualcosa supera la nostra comprensione esaustiva non equivale ad affermare che sia contraddittorio.

La tradizione cattolica non ha mai chiesto al credente di lasciare l’intelligenza fuori dalla Chiesa.

Gli chiede di metterla al servizio della verità.

 

 

CONOSCERE E CREDERE NELL’AMORE

Benedetto XVI inizierà Deus caritas est proprio da una delle grandi affermazioni di San Giovanni:

«Dio è amore» (1 Gv 4,8).

Ma vi è un’altra formulazione giovannea sulla quale costruisce parte della sua riflessione:

«Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi» (1 Gv 4,16).

Conoscere e credere.

Ancora una volta, le dimensioni che talvolta vengono contrapposte appaiono unite.

Benedetto XVI formulerà allora una delle sue affermazioni più note:

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte».

Questa frase non significa che la dottrina abbia smesso di essere importante.

Significa precisamente il contrario di ciò che talvolta si pretende farle dire.

Il contenuto ultimo della dottrina cristiana è una Persona viva.

Non aderiamo a proposizioni al posto di aderire a Cristo.

Aderiamo a quelle verità perché ci dicono chi è Cristo e che cosa ha fatto per noi.

Il problema non sta nella dottrina.

Il problema nasce quando la dottrina viene separata da Colui che essa confessa.

Ma il problema opposto è ugualmente grave: parlare di un incontro con Cristo dal quale venga progressivamente eliminata ogni affermazione precisa sull’identità di Cristo.

Allora l’incontro finisce per trasformarsi in proiezione.

Si incontra ciò che si era già deciso di incontrare.

San Giovanni non permette questa deriva.

Il Cristo che incontriamo possiede un’identità.

 

RIMANERE IN CRISTO

Tra tutti i verbi del quarto Vangelo, uno acquista una particolare densità spirituale:

Rimanere.

«Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4).

La fede giovannea non consiste soltanto nel giungere a riconoscere Cristo.

Bisogna rimanere in Lui.

Questo introduce una dimensione di fedeltà.

La verità ricevuta non è un punto di partenza che possa poi essere abbandonato in nome di una presunta maturità.

Il discepolo progredisce rimanendo.

San Giovanni utilizza questa categoria anche nelle sue Lettere.

Rimanere nella dottrina, rimanere nella verità, rimanere in Dio e rimanere nell’amore sono espressioni strettamente collegate.

La fedeltà dottrinale non appare, dunque, come nemica della vita spirituale.

Ne fa parte.

Il rimanere non significa immobilismo culturale.

Il Vangelo può e deve essere annunciato nelle lingue, nelle categorie e nelle circostanze di ogni epoca.

La teologia deve rispondere a nuove domande.

L’evangelizzazione deve trovare forme capaci di raggiungere l’uomo concreto.

Ma esiste una differenza tra esprimere nuovamente la stessa fede e produrre un’altra fede.

Una Chiesa che non sapesse più distinguere queste due cose starebbe perdendo la coscienza della propria identità.

Benedetto XVI insistette ripetutamente su questo punto attraverso la sua interpretazione della continuità della fede della Chiesa.

Il soggetto ecclesiale attraversa i secoli, cresce e impara, ma non può costituirsi in ogni generazione come se iniziasse da zero.

Riceve.

Custodisce.

Approfondisce.

Trasmette.

 

 

LA PROFESSIONE DI FEDE COINVOLGE TUTTA L’ESISTENZA

In Porta fidei, Benedetto XVI ricordò ancora una volta che professare la fede non consiste semplicemente nel conoscere intellettualmente alcune formule.

L’atto di fede coinvolge la totalità della persona.

Confessare che Gesù è Signore significa accettare la sua signoria.

Confessarlo come Figlio di Dio significa riconoscere che in Lui Dio si è rivelato in modo definitivo.

Confessare la sua morte e Risurrezione significa riconoscere che la nostra esistenza è stata raggiunta da un avvenimento redentore.

Per questo la professione di fede ha necessariamente conseguenze morali.

Non perché la morale sostituisca la fede, ma perché una fede vera trasforma l’esistenza.

San Giovanni lo esprime con straordinaria chiarezza:

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15).

Nella sua teologia non esiste opposizione tra amore e comandamento.

Neppure tra fede e obbedienza.

L’amore conduce precisamente ad accogliere la parola dell’Amato.

Una spiritualità che presentasse l’amore a Cristo come pretesto per relativizzare i suoi comandamenti sarebbe irriconoscibile da una prospettiva giovannea.

Lo stesso apostolo che scrive «Dio è amore» è colui che afferma con enorme forza la necessità di rimanere nella verità e osservare i comandamenti.

Questo dovrebbe farci riflettere.

Forse il problema non è che san Giovanni sia contraddittorio.

Forse è la nostra concezione moderna dell’amore ad essersi impoverita troppo.

 

 

LA CONFESSIONE DI FEDE DI FRONTE AL RELATIVISMO CRISTOLOGICO

Esiste una conseguenza particolarmente importante per la nostra epoca.

È possibile conservare quasi tutto il vocabolario cristiano e perdere, tuttavia, la fede cristiana.

Possiamo continuare a dire «Gesù».

Possiamo parlare di Vangelo, comunità, fraternità, amore, Spirito, speranza o Regno.

La questione decisiva rimane quella di San Giovanni:

Chi è Gesù?

Non che cosa rappresenta per me.

Non quali valori trovo in Lui.

Non quale uso culturale, sociale o psicologico posso fare del suo messaggio.

Chi è.

La risposta giovannea non ammette un’indefinizione permanente.

È il Cristo.

È il Figlio di Dio.

È il Verbo fatto carne.

Viene dal Padre.

È uno con il Padre.

È morto.

È risorto.

Dona la vita eterna.

E ritornerà a noi non semplicemente come ricordo ispiratore, ma come Signore.

Per questo la crisi dottrinale non può mai essere considerata una questione minore.

Quando si altera l’identità di Cristo, alla fine si altera tutto.

Cambiare chi è Cristo significa cambiare chi è Dio.

Cambiare chi è Cristo significa cambiare che cosa sia la salvezza.

Cambiare chi è Cristo significa cambiare che cosa sia la Chiesa.

Cambiare chi è Cristo significa cambiare che cosa significhi credere.

La cristologia sostiene l’intero edificio.

 

 

LA FEDE DI SAN GIOVANNI CONTINUA A PORCI LA STESSA DOMANDA

San Giovanni scrisse per condurre il lettore alla fede.

Non cercava semplicemente di trasmettere informazioni su Gesù, ma di rendere possibile che chi ricevesse la sua testimonianza giungesse a riconoscerlo e, riconoscendolo, ricevesse la vita.

Quasi duemila anni dopo, la questione rimane intatta.

La fede cristiana continua ad essere incontro, conoscenza, assenso, fiducia, obbedienza, confessione e permanenza.

E tutte queste dimensioni trovano la loro unità in una Persona concreta:

Gesù Cristo.

San Giovanni Paolo II ricordò che la Chiesa esiste per condurre l’uomo verso Cristo e che la ragione umana trova in Lui una luce che non la distrugge, ma la conduce oltre i propri limiti.

Benedetto XVI insistette sul fatto che il cristianesimo nasce dall’incontro con una Persona, ma anche sul fatto che questo incontro avviene dentro la fede ricevuta dalla Chiesa e nell’ascolto obbediente della Parola di Dio.

Entrambi prolungano, da contesti storici differenti, un’intuizione profondamente giovannea:

La fede cristiana non può scegliere tra verità e vita, tra dottrina e incontro, tra conoscenza e amore.

Cristo è la Verità ed è la Vita.

Per questo l’atto più alto della fede giovannea forse non ha bisogno, alla fine, di molte parole.

Tommaso contempla le piaghe del Risorto.

L’uomo che aveva preteso prove si trova davanti a Cristo vivo.

Non formula più obiezioni.

Non offre neppure una riflessione astratta.

Confessa:

«Mio Signore e mio Dio».

In queste quattro parole c’è l’intelligenza che riconosce, la volontà che si consegna, la fede che confessa e l’uomo intero che si inginocchia.

Questa è la fede di San Giovanni.

Ed è ancora la fede della Chiesa.

 

 

 

 

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