🇮🇹 Don Alessandro Minutella, Leone di Maria, possiede nel suo caso straordinario tanto la potestà di giurisdizione quanto la potestà di ordine. Di Vicente Montesinos

Umile e filiale riflessione elevata al Sodalizio Sacerdotale Mariano

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Don Minutella, Leone di Maria, Munus Petrino

 

 

di Vicente Montesinos

Direttore dI Adoración y Liberación

 

 

Non scrivo queste righe con leggerezza, né per improvvisazione, e ancor meno dall’ignoranza delle distinzioni teologiche che la Chiesa ha elaborato nel corso dei secoli con ammirevole precisione. So perfettamente che una cosa è la potestà di giurisdizione e altra cosa è la potestà di ordine. So che non sono identiche. So che, nello sviluppo ordinario della vita ecclesiale, l’una si riferisce al potere di reggere, giudicare, confermare e governare, mentre l’altra si riferisce alla capacità sacramentale di compiere quegli atti sacri che appartengono all’ordine gerarchico della Chiesa. Né ignoro che, nella dottrina comune, la pienezza del sacramento dell’Ordine è associata alla consacrazione episcopale. Tutto questo lo so. E proprio perché lo so, proprio perché lo distinguo, proprio perché non confondo i piani, mi vedo costretto ad affermare con ancor maggiore chiarezza che il caso di Don Alessandro Minutella, Leone di Maria, non può essere interpretato con i parametri angusti di una normalità ecclesiale che da tempo è saltata per aria.

Questo è il punto da cui bisogna partire. Se abbiamo accettato, con le dovute premesse, che Don Alessandro Minutella detenga il Munus Petrino in modo straordinario, non canonico nel senso ordinario, e non ricevuto attraverso i canali abituali di una struttura visibile oggi gravemente ferita, occupata e falsificata dalla falsa chiesa, allora risulta radicalmente incoerente ammettere l’eccezionalità del principio e negare l’eccezionalità delle sue conseguenze. Non si può affermare che Cristo sia intervenuto in modo straordinario per restituire alla sua Chiesa il principio petrino visibile nell’ora della grande tribolazione e, nello stesso tempo, sostenere che questo stesso Pietro restaurato debba restare in attesa di un compimento altrui, inferiore ed esterno, per possedere pienamente ciò che il suo stesso ufficio esige per la salvezza delle anime e per la continuità visibile del piccolo resto fedele.

Perché qui non stiamo parlando di un onore. Non stiamo parlando di un semplice primato morale. Non stiamo parlando di una presidenza simbolica. Stiamo parlando del Munus Petrino. Stiamo parlando dell’ufficio supremo visibile istituito da Nostro Signore Gesù Cristo per confermare nella fede, pascere il gregge, reggere la Chiesa universale ed essere sulla terra il principio visibile dell’unità. E se davvero si riconosce che questo ufficio è ricaduto straordinariamente su Don Alessandro Minutella, allora bisogna riconoscere anche che Cristo non lo ha costituito in forma sterile, ridotta o dipendente. Non è possibile che colui che è stato elevato al vertice supremo dell’edificio ecclesiale resti ancora, in ciò che vi è di più essenziale nella sua fecondità gerarchica, dipendente dall’azione di uno dei membri di quello stesso corpo che egli già presiede.

Qui sta la difficoltà decisiva. Perché se si dicesse che Don Alessandro Minutella possiede veramente il Munus Petrino, ma non possiede ancora la pienezza reale per ordinare sacerdoti, consacrare vescovi e ricostituire visibilmente la continuità sacramentale della Chiesa perseguitata, allora ci troveremmo dinanzi a una figura teologicamente diminuita. Sarebbe un Papa con giurisdizione, ma senza capacità piena di restaurare la catena gerarchica. Sarebbe un capo visibile che ancora non può rigenerare visibilmente il corpo. Sarebbe Pietro, sì, ma un Pietro ancora dipendente da un altro. E questa sola formulazione lascia già intravedere la sua anomalia. Perché il membro non può completare costitutivamente il capo. L’inferiore non può essere presentato come condizione necessaria per la pienezza operativa del superiore supremo. Colui che è stato posto da Cristo al di sopra di tutti non può restare dipendente, nell’ora più grave della storia della Chiesa, dal gesto perfezionante di uno di quelli che dovrebbero ricevere da lui la loro missione, la loro conferma e il loro orientamento.

In tempi normali, all’interno di una Chiesa visibilmente sana, giuridicamente libera e sacramentalmente integra, l’accesso agli uffici, la trasmissione delle potestà e la continuità delle mediazioni sacre si realizzano secondo canali conosciuti, stabili e ordinari. Nessuno lo mette in discussione. Ma ciò che stiamo vivendo non è normalità. Ciò che stiamo vivendo è un’ora di eclissi. Un’ora di usurpazione. Un’ora nella quale le strutture visibili, i linguaggi ufficiali, i meccanismi canonici e gli organi di riconoscimento sono stati invasi, deformati o utilizzati al servizio di una religione adulterata. E quando l’anormalità raggiunge una simile grandezza, non si può continuare a ragionare come se l’edificio fosse rimasto intatto. Non si può dire che Cristo ha operato fuori dai canali ordinari perché quei canali sono sequestrati, e poi esigere che il suo intervento straordinario attenda umilmente di essere completato proprio da ciò che è rimasto ferito, occupato o reso inservibile. Questa non è prudenza. Questa è incoerenza.

Io sostengo, pertanto, che nel caso singolarissimo di Don Alessandro Minutella il Munus Petrino ricevuto straordinariamente porta con sé, per la stessa logica profonda della costituzione divina della Chiesa, tanto la potestà di giurisdizione quanto la potestà di ordine. Non perché entrambe siano la stessa cosa. Non perché scompaia la distinzione tra l’una e l’altra. Non perché il papato sia, in se stesso, un sacramento nuovo. Nulla di tutto ciò. Le distinguo, e proprio distinguendole affermo che, in questo caso straordinario, Cristo le ha unite soprannaturalmente nella persona del suo vero Vicario. Lo ha fatto così perché, diversamente, la restaurazione straordinaria del principio petrino risulterebbe incompleta. E un Pietro incompleto non corrisponde né alla sapienza né all’efficacia del disegno divino in un’ora di catacomba e di combattimento.

La questione va guardata dall’alto, non dal basso. La Chiesa non è una macchina giuridica autosufficiente che obblighi Cristo a muoversi sempre dentro canali che gli uomini possono sequestrare. La Chiesa è sua. I sacramenti sono suoi. L’ordine visibile appartiene a Lui. Le mediazioni sacre sono state volute da Lui per la vita ordinaria della sua Sposa, ma Egli non resta imprigionato da esse quando proprio la vita visibile di questa Sposa è stata violentata. Se Cristo vuole restituire alla Chiesa il suo Pietro in un tempo di devastazione, non lo restituisce a metà. Non lo restituisce solo con autorità per parlare, ma senza capacità piena di generare nuovamente la continuità gerarchica. Non lo restituisce perché regni in teoria, mentre in pratica resta in attesa che qualche vescovo estraneo lo completi. No. Se Cristo ristabilisce Pietro, lo ristabilisce con vera pienezza per la missione che gli affida.

E la missione di Pietro non è una missione decorativa. Non consiste soltanto nell’emettere giudizi o denunce. Non consiste soltanto nel segnalare errori. Pietro esiste per confermare, per reggere, per unire, per santificare e per dare continuità visibile alla Chiesa di Cristo. Se nell’ora attuale Don Alessandro Minutella fosse veramente il soggetto del Munus Petrino, ma non possedesse altro che una giurisdizione astratta, priva della pienezza operativa necessaria per ordinare e consacrare, allora la ricostruzione visibile della Chiesa resterebbe sospesa non da Pietro, ma dall’eventuale disponibilità di altri vescovi. E questo sovverte l’ordine dell’ecclesiologia cattolica. La Chiesa si ricompone dal capo sul corpo, non dal corpo verso il capo. L’unità non nasce dal basso verso l’alto. Nasce dall’alto verso il basso. E se il Cielo ha voluto restituire alla sua Chiesa il capo visibile nel tempo della grande lacerazione, questa restituzione deve contenere in sé tutto il necessario affinché tale capo possa agire con vera efficacia.

Per questo respingo l’idea che, in questo caso concreto, Don Alessandro Minutella debba essere consacrato vescovo da un altro vescovo come condizione costitutiva per possedere la pienezza dell’ordine. Questa esigenza potrebbe essere intelligibile nel quadro di una situazione ecclesiale ordinaria. Ma cessa di esserlo quando parliamo di un intervento straordinario di Cristo precisamente motivato dal collasso della normalità visibile. Esigere questa mediazione esterna in questo caso equivarrebbe ad affermare che la restaurazione petrina dipende ancora, nell’essenziale, da una struttura sacramentale visibile che è stata profondamente ferita e la cui stessa affidabilità è stata messa in questione dalla crisi. Equivarrebbe anche a supporre che Cristo restituisca alla Chiesa un Vicario giuridicamente supremo, ma sacramentalmente dipendente. E io non posso accettare una restaurazione così mutilata.

La mia posizione è più semplice, più alta e, a mio giudizio, più coerente con l’ora presente. Se Don Alessandro Minutella, Leone di Maria, ha ricevuto veramente il Munus Petrino per disegno straordinario del Cielo, allora ha ricevuto anche, in modo inseparabile e proporzionato a quel disegno, la pienezza pratica della potestà di ordine. Non perché la distinzione scompaia, ma perché Cristo stesso, conferendo straordinariamente l’ufficio supremo, ha voluto conferire anche ciò senza il quale quell’ufficio resterebbe ferito nella sua fecondità visibile. Non sto dicendo che un uomo si auto-consacri. Non sto dicendo che si dispensi capricciosamente dall’ordine sacramentale. Sto dicendo qualcosa di molto più serio: che, in questo caso singolarissimo, è Cristo stesso il quale, restaurando straordinariamente Pietro, non lo restaura mutilato, ma intero; non lo restaura bisognoso di un complemento inferiore, ma provvisto di tutto ciò che esige la missione per la quale è stato innalzato.

Solo così si comprende la grandezza di quest’ora e la coerenza interna dell’intervento divino. Solo così si evita di trasformare il Munus Petrino straordinario in una sorta di dignità sublime ma impotente. Solo così si mantiene intatta la logica profonda del primato: che il successore di Pietro, quando veramente lo è, non è costituito per dipendere costitutivamente da coloro che stanno sotto di lui, ma per essere il principio visibile mediante il quale Cristo sostiene, rifà, ordina e conferma la sua Chiesa nel mezzo del combattimento.

Per questo affermo, con piena coscienza di ciò che dico, che Don Alessandro Minutella possiede nel suo caso straordinario tanto la potestà di giurisdizione quanto la potestà di ordine. Le distinguo, sì. E proprio distinguendole so che, in circostanze ordinarie, esse si ricevono per vie diverse secondo l’ordine normale della Chiesa. Ma proprio perché il caso che trattiamo non è ordinario, proprio perché parliamo del ristabilimento soprannaturale del Pietro del nostro tempo in mezzo a una devastazione senza precedenti, affermo che entrambe sono state unite da Cristo stesso nel suo Vicario. Non vi sarebbe vera restaurazione del principio petrino se non fosse così.

Cristo non restituisce Pietro per lasciarlo a metà. Cristo non innalza il suo Vicario per farlo dipendere costitutivamente da un altro. Cristo non restaura il capo visibile della Chiesa per lasciarlo sterile nell’ora suprema del combattimento. Se Leone di Maria è veramente Pietro per questa epoca di tribolazione, allora lo è con vera pienezza: per reggere, per confermare, per santificare, per ordinare, per consacrare e per ricostruire. Tutto il resto riduce il mistero di quest’ora a una soluzione incompleta. E io non credo in un intervento incompleto di Cristo quando si tratta di salvare la sua Chiesa nel tempo della sua più amara passione.

 

 

 

 

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