Il testamento silenziato di Camillo Ruini: quando un grande cardinale comprese che quella non era più la Chiesa

Il testamento spirituale del cardinale Camillo Ruini, scritto il tre giugno duemilasedici, solennità del Sacro Cuore di Gesù, e reso pubblico soltanto dopo la sua morte per espressa volontà dello stesso porporato, contiene molto più del pio bilancio di una lunga vita sacerdotale.

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Il testamento spirituale del cardinale Camillo Ruini, scritto il tre giugno duemilasedici, solennità del Sacro Cuore di Gesù, e reso pubblico soltanto dopo la sua morte per espressa volontà dello stesso porporato, contiene molto più del pio bilancio di una lunga vita sacerdotale.

 

 

di Vicente Montesinos

Direttore dI Adoración y Liberación

 

Il testamento spirituale del cardinale Camillo Ruini, scritto il tre giugno duemilasedici, solennità del Sacro Cuore di Gesù, e reso pubblico soltanto dopo la sua morte per espressa volontà dello stesso porporato, contiene molto più del pio bilancio di una lunga vita sacerdotale.

Contiene una confessione.

Contiene un avvertimento.

E contiene, soprattutto, il riconoscimento intimo di una tragedia ecclesiale che il suo autore giunse a comprendere, ma che non ebbe il coraggio di denunciare pubblicamente con tutta la chiarezza richiesta dalla gravità dei fatti, dalla sua autorità e dalla sua responsabilità davanti a Dio.

Non ci troviamo davanti alle impressioni di un fedele disorientato, di un sacerdote emarginato o di un osservatore periferico. Ci troviamo davanti alle parole di uno degli uomini più influenti della Chiesa italiana durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI; un cardinale che conosceva Roma dall’interno, che aveva ricoperto incarichi di enorme responsabilità e che aveva contemplato da vicino le sue grandezze, le sue miserie, i suoi equilibri e le sue lotte interne.

Camillo Ruini fu per lunghi anni presidente della Conferenza Episcopale Italiana e cardinale vicario per la diocesi di Roma. Non era un ingenuo. Non ignorava i meccanismi ecclesiastici. Non era un uomo che potesse facilmente confondere una differenza di stile con una mutazione dottrinale.

Proprio per questo, le parole del suo testamento acquistano un’importanza straordinaria.

Un grande cardinale di quella Chiesa che ricordava ancora chi fosse

Ruini appartenne a una generazione di uomini di Chiesa che, pur segnata dalle contraddizioni e dalle ambiguità del periodo postconciliare, conservava ancora la consapevolezza che la Chiesa non aveva ricevuto la missione di inginocchiarsi davanti al mondo, ma quella di convertirlo.

Il suo motto episcopale, Veritas liberabit nos — «La verità ci farà liberi» — riassumeva una concezione ecclesiale molto diversa da quella che avrebbe poi trasformato l’ambiguità, l’adattamento al mondo e la diplomazia dottrinale in false virtù pastorali.

Fu un uomo di Giovanni Paolo II.

Per oltre vent’anni collaborò direttamente con lui e lasciò scritto che nel pontefice polacco aveva sperimentato la presenza di Dio, l’unione tra preghiera, vita e apostolato, la forza della fede capace di guidare la storia e la capacità cristiana di amare e perdonare.

Collaborò anche con Benedetto XVI, verso il quale manifestò una gratitudine profonda e un affetto evidente.

In quegli anni, nonostante le ferite già aperte nella Chiesa, Ruini riconosceva ancora un’autorità che cercava di contenere la demolizione; una Chiesa indebolita, ma ancora cosciente della necessità di difendere la verità, la vita, la famiglia e la presenza pubblica dei cattolici.

Lo stesso Ruini ringrazia Dio nel suo testamento per aver vissuto il Concilio Vaticano II, ma aggiunge un’affermazione decisiva: ringrazia anche per aver ricevuto «la lucidità e la forza per oppormi alle deviazioni postconciliari».

Questa frase dimostra che sapeva distinguere.

Sapeva che esistevano deviazioni.

Sapeva che non tutto ciò che era stato compiuto in nome del Concilio proveniva legittimamente dal Concilio.

Sapeva che una rivoluzione era stata introdotta nella Chiesa mediante l’appello permanente a un presunto «spirito del Concilio».

E sapeva che il dovere di un pastore era combattere quelle deviazioni, non giustificarle né adattarsi ad esse.

Camillo Ruini fu, dunque, un cardinale che per buona parte della sua vita combatté.

Ed è proprio per questo che il suo successivo silenzio appare ancora più doloroso.

La grande ombra sulla sua eredità

L’opera di Camillo Ruini merita riconoscimento. Fu un uomo di fede, un sacerdote dedito, un cardinale intelligente e un difensore pubblico di princìpi che numerosi prelati avevano già cominciato ad abbandonare.

Difese la vita.

Difese la famiglia.

Difese la presenza dei cattolici nella società.

Difese la ragione contro il relativismo.

Difese, in definitiva, molte delle posizioni che la nuova struttura ecclesiale avrebbe finito per diluire, relativizzare o direttamente tradire.

Ma tutta questa traiettoria rimane inevitabilmente oscurata da un’omissione enorme: il silenzio mantenuto davanti alla devastazione prodotta durante gli anni di Jorge Mario Bergoglio e prolungata successivamente sotto Robert Francis Prevost.

Ruini vide.

Ruini comprese.

Ruini soffrì interiormente.

Ora sappiamo che non era sereno.

Sappiamo che non condivideva determinate linee.

Sappiamo che percepiva che si stavano riaprendo ferite che avevano appena cominciato a cicatrizzarsi.

Sappiamo che ciò che veniva presentato al mondo come una presunta primavera ecclesiale era vissuto da lui come una profonda causa di disagio spirituale.

Ma non parlò con la forza corrispondente al suo rango, alla sua esperienza e alla sua responsabilità.

Non denunciò pubblicamente la demolizione dottrinale.

Non si levò con tutta chiarezza contro la confusione morale.

Non avvertì i fedeli che la misericordia veniva separata dalla verità; la pastorale dalla dottrina; la coscienza dalla legge di Dio; e la cosiddetta sinodalità dalla costituzione divina della Chiesa.

Un cardinale non è chiamato soltanto a custodire interiormente la fede.

È chiamato a confessarla.

Quanto maggiore è l’autorità ricevuta, tanto maggiore è la responsabilità davanti a Dio. Il silenzio di un semplice fedele può essere paura o debolezza. Il silenzio di un principe della Chiesa, quando le anime vengono condotte nell’errore dalla stessa struttura ecclesiale, può trasformarsi in una gravissima omissione pastorale.

Solo Dio conosce pienamente l’anima del cardinale Ruini.

Solo Dio conosce le pressioni, i timori, i dubbi e i combattimenti interiori che visse.

Solo Dio potrà giudicare ciò che vi fu di debolezza, paura o falsa prudenza.

E solo Dio, ricco di misericordia, saprà perdonare questo suo peccato di omissione.

Noi preghiamo per la sua anima e riconosciamo tutto il bene che compì.

Ma non possiamo chiamare prudenza qualsiasi silenzio.

Esistono silenzi che proteggono la Chiesa.

Ed esistono silenzi che finiscono per proteggere coloro che la stanno distruggendo.

La dichiarazione d’intenti

Il passaggio centrale del testamento comincia con un’affermazione che non può essere ignorata:

«Sono sempre stato “papista” e ne ringrazio il Signore e i miei formatori, in particolare i professori della Gregoriana».

Ruini riconosce apertamente che tutta la sua formazione e tutta la sua vita furono segnate da una profonda adesione al Papato.

Dopo di ciò ricorda la sua collaborazione con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e introduce quindi la figura di Jorge Mario Bergoglio:

«Quando fu eletto papa Francesco mi rallegrai e, per quanto mi era possibile, fui subito uno dei suoi sostenitori. Anche oggi me ne rallegro e lo ringrazio per il suo straordinario impulso evangelizzatore».

Questa frase costituisce una chiarissima dichiarazione d’intenti.

Ruini vuole lasciare constatazione del fatto che la sua critica non nasce da un’inimicizia personale, da un risentimento, da una rivalità o da un’opposizione preconcetta.

Si rallegrò per l’elezione di Bergoglio.

Cercò di sostenerlo.

Volle interpretarlo favorevolmente.

Fu, secondo le sue stesse parole, uno dei suoi sostenitori fin dall’inizio.

Non ci troviamo, dunque, davanti a un uomo che cercava ragioni per attaccare Bergoglio. Ci troviamo davanti a un cardinale che cercò ragioni per difenderlo, giustificarlo e accettarlo.

Eppure non riuscì a trovare pace.

Subito dopo la sua dichiarazione di adesione compare la frattura:

«Devo confessare, tuttavia, che mi trovo in una situazione di disagio, certamente non per motivi personali, ma perché faccio fatica a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite che, dopo il Concilio, erano state appena rimarginate».

Quel «tuttavia» pesa come una montagna.

Ruini aveva voluto rallegrarsi.

Aveva voluto sostenere.

Aveva voluto obbedire.

Aveva voluto credere che tutto potesse essere interpretato in continuità con la Chiesa.

Ma qualcosa dentro di lui resisteva.

Non riusciva a comprendere determinati orientamenti perché quegli orientamenti non sembravano condurre alla restaurazione della Chiesa, bensì alla riapertura delle sue ferite.

Non sembravano correggere le deviazioni postconciliari contro le quali egli stesso aveva combattuto, ma riabilitarle, approfondirle e trasformarle in programma di governo.

Le ferite riaperte

Il testamento fu scritto nel giugno del duemilasedici. Ruini non aveva ancora contemplato l’intero sviluppo del processo bergogliano.

Alcune delle conseguenze più gravi cominciavano appena a manifestarsi. Altre sarebbero venute dopo.

Ma il cardinale aveva già riconosciuto la direzione.

L’uomo che aveva combattuto le deviazioni postconciliari stava comprendendo che quelle stesse deviazioni tornavano ora dal centro di Roma.

Non erano più soltanto abusi marginali.

Non erano più soltanto eccessi di teologi eterodossi, sacerdoti ribelli o episcopati nazionalizzati.

Erano «orientamenti».

E questa parola è decisiva.

Un orientamento non è un incidente.

Non è un errore isolato.

Non è una frase infelice.

È una direzione.

È un cammino.

È un modo di condurre la Chiesa verso una determinata destinazione.

Ruini non elenca nel testamento tutte quelle ferite. Non poteva ancora prevedere fino a dove sarebbero giunte la confusione sul matrimonio, la comunione ai divorziati risposati, la deformazione della coscienza, la fraternità religiosa indifferentista, il culto alla Pachamama, la persecuzione della liturgia tradizionale, la benedizione delle coppie irregolari o la costruzione di una Chiesa sinodale sempre più distante dalla propria costituzione divina.

Ma aveva visto la radice.

Aveva percepito lo spirito.

Aveva compreso che non si trattava di una semplice differenza di sensibilità pastorale.

Era la riapertura di una ferita che egli credeva, se non guarita, almeno contenuta.

La frase che rivela tutto

Ma la frase più importante del testamento non è quella in cui riconosce il proprio disagio.

La vera bomba viene immediatamente dopo:

«Chiedo umilmente al Signore che mi convinca interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso se ne prende cura, al di là delle nostre prospettive umane».

Questa frase rivela tutto.

Ruini non si limita a dire: «Confido che Dio aiuterà la Chiesa».

Non scrive semplicemente: «Chiedo al Signore di proteggere la sua Chiesa».

Dice di chiedere a Dio che lo convinca interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso se ne prende cura.

Convincerlo?

Perché aveva bisogno di essere convinto?

Da quale dubbio interiore nasceva quella supplica?

La domanda acquista pieno senso soltanto se comprendiamo che, davanti a ciò che stava contemplando, quella certezza sembrava essersi oscurata dolorosamente nella sua anima.

Non perché avesse perso la fede nell’indefettibilità della Chiesa.

Non perché negasse le promesse di Cristo.

Ma perché ciò che esteriormente occupava la struttura visibile della Chiesa sembrava contraddire ciò che egli sapeva essere la Chiesa.

Dobbiamo essere rigorosi.

Camillo Ruini non scrisse letteralmente: «Questa è la falsa Chiesa».

Non affermò espressamente che Bergoglio non fosse Papa.

Non formulò una tesi canonica sull’inesistenza o sulla perdita del pontificato.

Non compì pubblicamente l’ultima deduzione.

Ma le sue parole manifestano un dramma interiore molto più profondo di una semplice divergenza prudenziale.

Quando un cardinale che ha servito per decenni al centro di Roma deve supplicare Dio di convincerlo che la Chiesa è ancora sua e che Egli continua a prendersene cura, significa che ciò che contempla non gli appare più riconoscibile come opera della Chiesa.

Questa è la conclusione che noi traiamo dalle sue parole: Camillo Ruini era convinto, nel profondo della sua anima, che lì non stesse più agendo la Chiesa.

Che quella realtà che si presentava come Chiesa non potesse essere pienamente identificata con la Sposa immacolata di Cristo.

Che quella struttura visibile, occupata da uomini che parlavano in nome della Chiesa mentre ne sfiguravano la dottrina, la morale e la liturgia, fosse un’altra cosa.

Era la falsa Chiesa.

«Convincimi che la Chiesa è tua»

La preghiera di Ruini possiede una forza quasi drammatica.

«Signore, convincimi che la Chiesa è tua».

Questa domanda non nasce dalla serenità.

Nasce dallo smarrimento.

Nasce da chi contempla una realtà che sembra smentire tutto ciò che ha creduto e difeso durante la propria vita.

Ruini conosceva la Chiesa.

Conosceva la sua dottrina.

Conosceva la sua costituzione.

Conosceva la sua liturgia.

Conosceva i limiti entro i quali può legittimamente esercitarsi l’autorità pontificia.

E proprio perché la conosceva, faceva fatica a riconoscerla in quei nuovi orientamenti.

Vedeva le mura del Vaticano.

Vedeva le talari.

Vedeva le cariche.

Vedeva le cerimonie.

Vedeva la continuità materiale delle strutture.

Ma non riusciva a riconoscere in determinati atti il volto della Sposa di Cristo.

Sapeva che la vera Chiesa appartiene eternamente al Signore e che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa.

Ciò che sembrava tormentarlo era un’altra questione: se ciò che agiva da Roma, utilizzando il nome della Chiesa, potesse continuare a essere identificato senza riserve con la Chiesa di Cristo.

La sua preghiera non manifesta una perdita della fede.

Manifesta la vertigine di chi comincia a distinguere tra la Chiesa indefettibile fondata da Gesù Cristo e una struttura ecclesiastica visibile che parla in suo nome mentre sembra lavorare contro la sua dottrina, la sua liturgia, la sua morale e la sua Tradizione.

Ruini non giunse a formulare pubblicamente questa distinzione.

Ma si pose davanti ad essa.

La contemplò.

La soffrì.

E la lasciò scritta tra le righe.

Il dramma degli uomini buoni che non parlarono

Il caso Ruini rappresenta il dramma di un’intera generazione di cardinali, vescovi e sacerdoti.

Erano uomini formati in una concezione tradizionale del sacerdozio.

Amavano la Chiesa.

Rispettavano profondamente il Papa.

Erano stati educati a considerare l’obbedienza a Roma come garanzia di fedeltà.

E proprio quel papismo impedì a molti di comprendere che l’obbedienza cattolica non può mai trasformarsi in adesione cieca alla distruzione della fede.

Ruini lo confessa espressamente: era sempre stato papista.

Ma il suo papismo, che durante i pontificati precedenti aveva rafforzato la sua comunione con l’autorità legittima, sotto Bergoglio divenne una prigione interiore.

Vedeva l’errore, ma non osava indicare l’uomo che considerava Papa.

Riconosceva le ferite, ma non trovava il coraggio di denunciare colui che le stava riaprendo.

Percepiva che la Chiesa veniva deformata, ma si costringeva a pensare che tutto ciò dovesse continuare a essere la Chiesa semplicemente perché ne conservava esteriormente i nomi, le cariche e le strutture.

Questa fu la tragedia di molti uomini buoni di Chiesa.

Confusero l’indefettibilità della Chiesa con l’impossibilità che le sue strutture visibili fossero occupate, manipolate o utilizzate da uomini al servizio di una religione differente.

E mentre essi dubitavano, tacevano, aspettavano e chiedevano nuove luci, la demolizione avanzava.

La falsa prudenza

È comprensibile che un cardinale tema di provocare scandalo.

È comprensibile che tema una rottura.

È comprensibile che tema di essere accusato di disobbedienza, superbia o ribellione.

Ma esiste un momento in cui il silenzio provoca uno scandalo maggiore della parola.

Quando le anime vengono confuse, la chiarezza è carità.

Quando la dottrina viene attaccata, la resistenza è fedeltà.

Quando l’autorità viene utilizzata per distruggere ciò che dovrebbe custodire, obbedire ciecamente cessa di essere virtù.

Ruini aveva combattuto le deviazioni postconciliari quando esse si manifestavano nelle periferie.

Ma quando quelle stesse deviazioni raggiunsero il centro, tacque.

Questo fu il suo errore.

Ed è l’errore di tanti uomini buoni che compresero parzialmente la grandezza del disastro, ma non osarono trarne tutte le conseguenze.

Non basta soffrire in silenzio.

Non basta scrivere un testamento perché venga pubblicato dopo la morte.

Non basta affidare a Dio ciò che si aveva l’obbligo di proclamare davanti agli uomini.

La prudenza cristiana non consiste nell’evitare ogni conflitto.

Consiste nello scegliere i mezzi adeguati per difendere il bene e combattere il male.

E quando è in gioco la salvezza delle anime, tacere può diventare una forma di collaborazione oggettiva con l’errore.

Da Bergoglio a Prevost: la continuità della falsa Chiesa

La morte di Bergoglio non ha significato la scomparsa del sistema costruito durante gli anni del suo governo.

L’arrivo di Robert Francis Prevost ha introdotto uno stile apparentemente più moderato, una comunicazione più contenuta e forme meno provocatorie. Ma le forme non bastano a restaurare la Chiesa.

La falsa Chiesa non ha bisogno di ripetere eternamente tutti i gesti di Bergoglio.

Può vestirsi con paramenti migliori.

Può usare un linguaggio più misurato.

Può recuperare simboli capaci di tranquillizzare i conservatori.

Può offrire un’immagine di maggiore disciplina.

Ma se non rompe con l’edificio dottrinale, pastorale e sinodale ereditato, continua la stessa opera sotto un’apparenza diversa.

Questo è uno dei metodi più pericolosi della rivoluzione ecclesiale: tranquillizzare coloro che conservano ancora la fede senza restaurare ciò che è stato distrutto.

Camillo Ruini non poté scrivere un nuovo testamento alla luce di tutto ciò che accadde dopo il duemilasedici.

Ma le sue parole risultano oggi ancora più chiare.

Ciò che allora era una dolorosa intuizione finì per diventare un’evidenza.

La struttura continuò ad avanzare lungo il cammino che egli aveva già riconosciuto come riapertura delle ferite postconciliari.

E il silenzio dei cardinali che comprendevano facilitò quell’avanzata.

Il giudizio appartiene a Dio

Non scriviamo queste parole per condannare l’anima di Camillo Ruini.

Il giudizio appartiene unicamente a Dio.

Riconosciamo la sua fede, la sua intelligenza, il suo servizio, il suo coraggio in numerose battaglie e il suo amore per la Chiesa.

Preghiamo affinché il Signore abbia accolto la sua anima, purificato le sue debolezze e premiato tutto il bene da lui compiuto.

Ma onorare un uomo non significa nascondere il suo errore più grave.

Ruini avrebbe dovuto parlare.

Avrebbe dovuto usare la sua autorità, il suo prestigio e la sua conoscenza di Roma per avvertire i fedeli.

Avrebbe dovuto proclamare pubblicamente ciò che osò affidare soltanto a un documento destinato a essere conosciuto dopo la sua morte.

Dio saprà perdonare questo peccato di omissione, che tuttavia, ora lo sappiamo, non nasceva da un’adesione interiore alla rivoluzione bergogliana.

Il suo stesso testamento dimostra che non credeva interiormente in quegli orientamenti.

Dimostra che li soffriva.

Dimostra che gli apparivano incompatibili con la Chiesa che aveva conosciuto e servito.

Lo avevamo sempre sospettato.

Ora lo sappiamo.

Quando non si riconosce più la Chiesa

Il testamento spirituale di Camillo Ruini non contiene una condanna aperta di Bergoglio.

Ma contiene qualcosa di forse ancora più rivelatore: la confessione di un uomo che, dopo averlo sostenuto, non riusciva più a riconoscere la Chiesa nella direzione che essa aveva assunto.

Ruini chiedeva a Dio di convincerlo che la Chiesa continuava a essere sua perché ciò che aveva davanti agli occhi sembrava dirgli il contrario.

Non dubitava di Cristo.

Dubitava che quella struttura che agiva in suo nome potesse continuare a essere chiamata, senza riserve, Chiesa di Cristo.

Qui si trova il vero significato delle sue parole.

Camillo Ruini fu un grande cardinale di quella Chiesa che ricordava ancora chi fosse.

La sua vita fu consacrata al suo servizio.

La sua opera fu diretta alla difesa di molti dei suoi princìpi.

Ma nell’ora decisiva, quando la falsa Chiesa si manifestò dal centro stesso di Roma, non ebbe il coraggio di chiamarla pubblicamente con il suo nome.

Il suo testamento dimostra che l’aveva riconosciuta.

Il suo silenzio impedì che i fedeli conoscessero allora ciò che la sua coscienza già sapeva.

Che il Signore abbia misericordia di lui.

Che premi tutto il bene che fece.

Che perdoni ciò che omise.

E che conceda ai pastori ancora viventi il coraggio di proclamare ad alta voce ciò che Camillo Ruini osò lasciare scritto soltanto per dopo la sua morte.

Lasciamo di seguito il testamento completo:

 

Testamento spirituale di Camillo Ruini

Ringraziamento e richiesta di pentimento a Dio e ai fratelli.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Ti ringrazio, Signore, per la lunga vita che mi hai donato, per avermi fatto cristiano, per la chiamata al sacerdozio e per i miei molti anni come sacerdote e poi come vescovo. Ti ringrazio per essere stato e per essere ancora tanto amato, per i miei genitori Francesco e Iolanda, per mia sorella Donata, per i miei nonni Idelberto e Maria e per mio zio Guido, con i quali vissi: il loro affetto mi diede forza e sicurezza durante tutta la mia vita. Ti ringrazio per l’altra nonna, Emma, per gli zii Riccardo e Tina, per mio cugino Carlo e sua moglie Carla e per gli altri familiari. Ti ringrazio per essere stato amato e accudito con tanta dedizione dalla mia fedelissima Pierina, amato e assistito con grande generosità dal mio segretario Don Mauro, ora vescovo di Tivoli, da Mara, che volle rimanere al mio fianco anche dopo la fine del mio mandato come Cardinale Vicario, da Don Nicola, Angela, Claudia della CEI e da molti altri miei collaboratori. E, nella vita domestica, da Palmizia, Sergio e Raffaella.

Ti ringrazio, Signore, per gli amici di Sassuolo, per il mio parroco Mons. Zelindo Pelluti, per Don Dino Carretti, che mi guidò e accompagnò nell’accoglienza della vocazione sacerdotale. Ti ringrazio per gli anni di formazione nel Collegio Capranica e nell’Università Gregoriana, per i superiori, i professori, i compagni e gli amici che ebbi, in particolare i ricordati Don Osvaldo Ronzon, Don Valerio Massucci, Don Nicola Battarelli e Don Nicolino Barra. Ti ringrazio per il mio servizio come sacerdote e professore a Reggio Emilia, per i miei vescovi Beniamino Socche e soprattutto Gilberto Baroni, dal quale tanto ricevetti e tanto imparai, per i molti sacerdoti e laici, uomini e donne di varie generazioni, specialmente per coloro che ancora oggi mi sono più vicini: da loro ricevetti non meno di quanto cercai di dare. Ti ringrazio per il Concilio Vaticano II, per averlo vissuto e aver contribuito a farlo vivere con gioia a Reggio Emilia, e anche per avermi donato la lucidità e la forza per oppormi alle deviazioni postconciliari.

In seguito, Signore, quando una certa stanchezza minacciava di opprimere il mio sacerdozio, tu avesti pietà di me e, con sorpresa e smarrimento, mi chiamasti all’episcopato: fu una grazia tanto grande quanto immeritata, un rinnovamento e un rafforzamento della mia vocazione. Da allora si moltiplicarono coloro che pregano per me e secondo le mie intenzioni, supplendo alla povertà della mia preghiera. Da allora, in poco tempo, divenni una figura pubblica, benché abbia sempre cercato di rimanere una persona semplice: in questo senso, di restare quello di prima.

Una grazia del tutto speciale fu per me Giovanni Paolo II. Fin dall’inizio del suo ministero vidi realizzarsi in lui ciò che percepivo confusamente dentro di me e che Paolo VI aveva già indicato, tra molte resistenze e incomprensioni. Mai, tuttavia, avrei immaginato di diventare un suo collaboratore diretto, come lo fui per oltre vent’anni, dall’autunno del millenovecentottantaquattro, quando si preparava il Convegno di Loreto, fino alla sua morte. In Giovanni Paolo II sperimentai la tua presenza, Signore; potei toccare con mano l’unione nella preghiera, l’inseparabilità tra preghiera, vita e apostolato, il valore della fede che guida la storia, la capacità di amare e di perdonare. Per colpa mia, Signore, cercai di seguire il suo esempio in ciò che corrispondeva alla mia inclinazione, ma molto meno in ciò che avrebbe rimediato alle mie più gravi mancanze.

In concreto, durante i ventidue anni del mio ministero romano, nella CEI e nel Vicariato, spero, Signore, di aver agito non per interessi personali, ma per gli obiettivi che mi erano stati affidati e che condividevo di tutto cuore: così superai resistenze e ostilità non piccole, soprattutto all’inizio, tanto nella CEI quanto nel Vicariato. Riconosco e confesso, tuttavia, che a volte agii con durezza di fondo, sotto forme generalmente — anche se non sempre — amabili: per questo chiedo perdono al Signore e a tutte le persone, vive e defunte, alle quali causai dolore. Ma devo ringraziarti, Signore, per le persone con le quali ebbi la gioia di collaborare: in particolare Mons. Giovanni Battista Re e Mons. Stanislao Dziwisz, i segretari della CEI Mons. Dionigi Tettamanzi, Mons. Ennio Antonelli e Mons. Giuseppe Betori, i vicegerenti di Roma Mons. Remigio Ragonesi, Mons. Cesare Nosiglia, Mons. Luigi Moretti, Annick Johnson, Dino Boffo, Sergio Belardinelli, Vittorio Sozzi, il compianto Mons. Giuseppe Cacciari, il cardinale Angelo Scola, ma anche moltissimi altri, tra i quali i parroci di Roma e i direttori degli uffici della CEI e del Vicariato: con non pochi di loro ho mantenuto un legame duraturo.

Ora sono emerito da otto anni e ti ringrazio, Signore, per avermi concesso tutto questo tempo per prepararmi all’incontro supremo con te, ma ti chiedo anche perdono per aver utilizzato molto poco questo tempo a tale scopo. In verità, fino ad ora sono stato un emerito molto occupato, per vari incarichi che ho ricevuto e soprattutto perché mi sono dedicato alla passione per lo studio che nacque in me durante l’adolescenza e che poi mi ha sempre accompagnato. I temi che ho scelto, Dio e la vita dopo la morte, di per sé dispongono all’incontro con te, e i due libri nei quali li ho condensati vogliono essere un contributo, benché minimo, all’evangelizzazione. Tuttavia, nella pratica, il lavoro della scrittura non ha favorito la libertà del mio spirito per la preghiera.

Ma le cause di questa scarsa libertà sono soprattutto i miei peccati e la debolezza della mia risposta all’amore del Signore: queste cose vorrei confessare, sperando di non scandalizzare nessuno, ma di stimolare a pregare per me e a fare meglio di me. Confesso anzitutto la piccolezza della mia fede. Fin da bambino ebbi il dono della fede e recitai le mie preghiere; la fede mi ha accompagnato e sostenuto sempre fino ad oggi, particolarmente nell’accogliere la chiamata al sacerdozio. Alla difesa della fede mi dedicai già negli anni del liceo, senza timidezza né paura. Cercai di approfondire mediante lo studio i suoi contenuti e le sue ragioni, di proporla e difenderla con passione e convinzione. Nonostante tutto questo, tuttavia, nel segreto del mio cuore fui sempre tentato proprio nella fede, anche se, per grazia di Dio, credo di non aver mai ceduto alla tentazione. Concretamente, la mia fede era ed è ancora insufficiente per sostenere e animare una vita che dovrebbe essere totalmente dedicata a Dio e ai fratelli. Signore, abbi pietà di me e rafforzami nella fede, nell’ultima e decisiva tappa del mio cammino terreno.

Vergine Maria, nostra dolce Madre, intercedi affinché l’amore di Dio riempia il mio cuore e mi conceda la vera libertà. «C’è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35): questa parola di Gesù è stata per me sempre quasi un’evidenza e un’inclinazione naturale, legata anche al fatto che non mi sono mai trovato nel bisogno. Così, grazie alla grande generosità dei miei genitori e di mia sorella, per tutto il tempo in cui fui sacerdote a Reggio potei lavorare praticamente gratuitamente. Più tardi ricevetti molto denaro, ma non incrementai i beni della famiglia, destinando il superfluo ad aiutare persone in difficoltà. Anche qui, tuttavia, non misi in pratica l’invito del Signore a lasciare tutto per seguirlo e non rinunciai a un tenore di vita semplice ma comodo.

Sono sempre stato «papista» e ne ringrazio il Signore e i miei formatori, in particolare i professori della Gregoriana. Dopo Giovanni Paolo II, collaborai per tre anni con Benedetto XVI e lo ringrazio di tutto cuore, anche per l’affetto che ancora oggi mi dimostra. Quando fu eletto papa Francesco mi rallegrai e, per quanto mi era possibile, fui subito uno dei suoi sostenitori. Anche oggi me ne rallegro e lo ringrazio per il suo straordinario impulso evangelizzatore. Devo confessare, tuttavia, che mi trovo in una situazione di disagio, certamente non per motivi personali, ma perché faccio fatica a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite che, dopo il Concilio, erano state appena rimarginate. Chiedo umilmente al Signore che mi convinca interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso se ne prende cura, al di là delle nostre prospettive umane.

Signore, aiutami ad accettare la piccola croce del mio decadimento, per ora fisico, e la progressiva scomparsa del mio ruolo: è la grazia che ora mi doni per prepararmi meglio all’incontro con te.

Signore, solo tu sai perché mi hai chiamato; il tuo amore è totalmente gratuito, immeritato e creatore. Fa’ che io non lo rifiuti; perdonami anche per averlo eluso e deluso già troppe volte. Signore, Dio fedele, non stancarti di amarmi e di chiamarmi, di convertirmi. Padre ricco di misericordia, concedi a me e a tutti i miei fratelli nell’umanità la grazia della perseveranza finale.

Roma, tre giugno duemilasedici

Solennità del Sacro Cuore di Gesù

Camillo Card. Ruini

 

 

 

 

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