FIRMA INVITADA: LA COSA ESTÁ CLARA…

Juan Donnet

 

LA COSA ESTÁ CLARA: LA SEUDOIGLESIA DEL NUEVO PARADIGMA ADOPTA TODOS LOS CONCEPTOS CABALLITOS DE BATALLA DEL NUEVO ORDEN MUNDIAL ANTICRISTIANO

 

 

 

Sabemos que el Sistema exige una cosmovisión afín al plan del NOM.

El Progremodernismo tiene las características justas, habida cuenta de que el Enemigo lo creó precisamente para eso: sus conceptos mas caros son: Movilidad, Liquidez, Evolución, Cambio, Horizontalismo, Antropocentrismo, Suavidad, Ternura, Tolerancia, Sorpresa, Novedad, Adoración de la Actualidad, Historicismo, Realidad del aquí y ahora del Mundo, Inmanencia, Optimismo Histórico, seguimiento, acompañamiento al Mundo como furgón de cola, como apéndice legitimador.

Todos estos conceptos, en la manera que son entendidos hoy, contrastan diametralmente con la Fe católica.

Van dirigidos a minarla, licuarla, vaciarla, aniquilarla; pero conservando la cáscara.

En ella, en la FE Católica verdadera, la de 1962 años, en la Revelación lo que prima es Eternidad, Teocentrismo, Inmutabilidad, Trascendencia, Verticalidad desde Dios, Heroísmo, Tradición, Palabra Revelada eterna e inmutable. Resistencia y denuncia de las desviaciones mundanas. Cristo es el mismo ayer, hoy y por toda la Eternidad.

La Iglesia conciliar se ha plegado a lo que el Sistema pide; se ha hecho dócil al Sistema y ha tomado su Mantra de conceptos fetiches.

Por eso el Católico en serio -tachado de Preconciliar- es acusado de Inmovilismo, rigidez, intolerancia, mistificación, alienación celeste, nostálgia del pasado, etc.

Y la seudoiglesia del Nuevo Paradigma hace suyas las Palabras mágicas mas caras al Sistema y al NOM:

Movilidad, Liquidez, Evolución, Cambio, Sorpresa, Novedad, Adoración de la Actualidad, Realidad del aquí y ahora del Mundo, Inmanencia, Optimismo Histórico.

La cosa está bastante clara si uno conserva, no ya la Fe católica, sino un mínimo y elemental sentido común.

Si uno conserva la humanidad.

 

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Categorías:BLOG ADORACIÓN Y LIBERACIÓN, Firma invitada

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19 respuestas

  1. Dottor Valli, Lei è autore del libro Come la Chiesa finì pubblicato da Liberilibri, un romanzo distopico che origina dal progressivo dissolversi della Chiesa cattolica: come nasce il Suo racconto?
    Come la Chiesa finì, Aldo Maria ValliCredo che per un autore sia sempre difficile dire esattamente come nasce un libro, specie se, come in questo caso, si tratta non di un saggio ma di un racconto. In generale l’opera nasce dal clima che respiro occupandomi quotidianamente della Chiesa cattolica per il mio lavoro di vaticanista del Tg1. Vedo una Chiesa spesso ansiosa di piacere al mondo e di farsi accettare, più preoccupata del dialogo che non della difesa delle eterne verità divine. Una Chiesa in molti casi dominata dal politicamente corretto e non dalla verità di Gesù. Mi colpisce soprattutto il linguaggio di questa Chiesa che potrei definire neo-modernista. Così, ragionando sul linguaggio, è nato il primo nucleo del libro, che poi è diventato un capitolo. In seguito, chiedendomi come avrei potuto sviluppare il mio ragionamento senza diventare pesante per il lettore ma, nello stesso tempo, senza perdere incisività, ho optato per un racconto distopico, ambientato in futuro nel quale tutti quelli che, secondo me, sono i mali della Chiesa di oggi vengono portati alle estreme conseguenze. Stilisticamente faccio ampio ricorso all’ironia e anche a una buona dose di sarcasmo. Sono consapevole del fatto che in questo modo posso anche urtare la sensibilità di qualcuno, ma ho voluto essere sincero fino in fondo e non annacquare il contenuto di fondo del libro, che è una denuncia appassionata.

    Nel Suo racconto assistiamo alla conversione della Chiesa cattolica nella Nuova Chiesa Antidogmatica ed alla proclamazione del Superdogma del Dialogo: è un processo già in atto questo?
    Credo che lo sia, sebbene non in modo uniforme e, forse, non sempre in modo del tutto consapevole. Quando la Chiesa cerca di presentarsi in modo amichevole verso il mondo, sostenendo che nessuno va giudicato e che Dio stesso, essendo misericordioso, non giudica ma accoglie, e quando non si appella al bene in senso oggettivo ma a un generico discernimento, vedo già all’opera una Neo-Chiesa che sembra aver paura delle verità divine e per questo abbandona la via dogmatica per scendere sul terreno di un dialogo che in realtà si traduce in un rinnegamento del depositum fidei. Non dimentichiamo le parole di Gesù: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare”. La questione del giudizio non può essere eliminata o aggirata in nome di un generico misericordismo. I pastori che si comportano così non confermano i fratelli nella fede, ma confermano i lontani nella loro lontananza. Si tratta di una strategia, a mio avviso, devastante. La Chiesa, quando è molto applaudita dal mondo secolarizzato e pagano, anziché gioire dovrebbe seriamente interrogarsi su quanto sta insegnando e sulla linea che sta seguendo. Il Vangelo ci avverte: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi”.

    Le vicende che nel libro conducono alla fine della Chiesa sono scandite dal succedersi di papi tutti curiosamente di nome Francesco: quale sarà a suo giudizio l’eredità principale di papa Bergoglio?
    Qui la mia denuncia si fa aperta. La Chiesa del futuro, da me immaginata, stabilirà che i papi si dovranno chiamare sempre Francesco per rendere omaggio a Francesco I, il campione della misericordia e del dialogo, il papa umile e buono tanto amato dalla grande stampa e dagli intellettuali di sinistra e progressisti. Una scelta, quella di rendere obbligatorio il nome Francesco, che nasce dalla piaggeria, dal conformismo e, ancora una volta, dal desiderio di piacere all’opinione pubblica ed ai padroni del pensiero. Io parlo un po’ da “amante tradito”, perché inizialmente ho creduto in Francesco e nella sua capacità di donare alla Chiesa un’autentica primavera, ma a poco a poco ho dovuto ricredermi e poi, dopo “Amoris laetitia”, documento segnato dall’ambiguità, ho definitivamente aperto gli occhi su un pontificato nel quale l’uomo sembra prendere il sopravvento su Dio e l’insegnamento sulla necessaria conversione dell’uomo sembra sostituito da un magistero che arriva a proclamare una sorta di diritto dell’uomo alla misericordia divina. Quanto all’eredità di Bergoglio, sebbene io abbia scritto un libro ambientato nel futuro non mi attribuisco nessuna dote profetica. Molto dipenderà dal successore. Se i cardinali sceglieranno un papa in linea con l’attuale pontificato, avremo una Chiesa segnata da un magistero sempre più “liquido”, “leggero”, in grado di attirare le simpatie dei lontani ma spesso disorientante per i fedeli. Se invece avremo un papa attento alla verità e al rispetto della dottrina, la Chiesa intraprenderà un percorso, senza dubbio faticoso, per tornare a riaffermare i principi fondamentali, specie in campo morale. Nel primo caso avremo una Chiesa osannata dal pensiero dominante e dai mass media laicisti, ma guardata con sconcerto dai fedeli rimasti ancorati alle verità eterne. Nel secondo avremo una Chiesa attaccata dal mondo e presa di mira dai mass media, ma fedele alla verità e alla tradizione.

    Gesù col suo non praevalebunt ha promesso che la Chiesa sopravviverà: nel suo romanzo la Chiesa finisce davvero?
    Nel mio romanzo immagino che ci sarà un ultimo papa, preso in consegna da emissari del misterioso regime mondiale che a quel punto, senza più l’ultimo ostacolo rappresentato da una Chiesa cattolica ormai dissolta, avrà campo libero e assoggetterà l’umanità intera, in nome di una falsa fratellanza che in realtà è dominio assoluto e totale negazione della libertà. Il papa sarà rapito e portato via dal Vaticano dopo aver preso alcune decisioni scellerate, che dal suo punto di vista avrebbero dovuto mostrare, ancora una volta, il desiderio di dialogare con il mondo ma che il regime interpreterà come una certificazione di morte, come l’atto conclusivo di una Chiesa che non avrà più ragione di esistere. Naturalmente non posso entrare nei dettagli. Dico solo che ci sarà un colpo di scena finale, per cui il lettore potrà intuire che la Chiesa, in realtà, non finirà ma, misteriosamente, riprenderà il cammino, come piccolissimo gregge, nel segno della vera umiltà, della persecuzione e del martirio.

    Aldo Maria Valli

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  2. Este artículo me ha recordado también al diccionario de la misericorditis.

    Il Vocabolario della Chiesa Accogliente

    Salvato in: Blog scritto da Aldo Maria Valli
    Uscito in allegato alla rivista dei gesuiti «La Civiltà Cordiale», il Vocabolario della Chiesa Accogliente è un testo di straordinaria importanza. Fornì infatti le parole, e dunque la materia prima, per alimentare il fuoco dell’aggiornamento. La Chiesa cattolica divenne Chiesa Accogliente in quello stesso anno per volontà di papa Francesco VII, un domenicano dominicano di nome Heinz Carlos Jonathan Mariano José Espinal, che comunicò la decisione con il motu proprio «Gaudeamus igitur».

    Come vedrai, caro lettore, in realtà il documento è qualcosa più di un semplice vocabolario. Propone anche indicazioni pratiche sull’uso delle parole. Il suggerimento di fondo è uno solo: più che al ragionamento è bene affidarsi al suono dei vocaboli. Ciò che conta non è il significato, è la strategia. Essere benvoluta dal mondo: ecco ciò che la Chiesa vuole, con tutte le sue forze. Di qui un uso nuovo delle parole.

    Ecco alcune pagine del Vocabolario miracolosamente giunte fino a noi:

    A

    Accogliere – Tutti e sempre. Verbo altamente consigliato. Strategico per farsi accettare nel mondo laicista e ottenere facoltà di parola. Se una persona accoglie, è un cattolico aggiornato. Usare sempre in senso generico: mai specificare che cosa voglia dire precisamente. Utile al pari di accompagnare.

    Accompagnare – Azione da compiere sulla via del discernimento. Come per accogliere, verbo altamente consigliato, strategico. Un cattolico aggiornato è un cattolico che accompagna. Mai specificare per andare dove. Usare spesso l’espressione “percorso di accompagnamento”, possibilmente con il volto atteggiato a comprensione e misericordia.

    Amore – Parola da usare, ma senza approfondire. Sottolineare soltanto che l’amore di Dio è pieno di misericordia. Dire “Dio è amore” garantisce successo e applausi. Nel dialogo con le altre confessioni cristiane e le altre religioni, l’espressione “Dio è amore”, specie se pronunciata con un sorriso che esprime benevolenza, mette tutti d’accordo. Dire anche che la sola legge è quella dell’amore. Oltre a quella della misericordia.

    Apertura – Parola cruciale per il cattolico aggiornato. Consigliabile introdurla dappertutto. Aprire le porte fa sempre bene. Idem per le finestre. Specie per stroncare con misericordia la chiusura dei farisei. L’apertura è necessaria nel processo di discernimento. Un autentico processo di discernimento non è tale senza spirito di apertura. Chi si apre è aggiornato. Il fariseo non si apre.

    Ascolto – Termine strategico, vivamente consigliato, sempre e comunque. La sua arte è praticata da chi sta nell’ospedale da campo e anche da chi compie un cammino di discernimento, qualunque cosa voglia dire. Il cattolico della Chiesa Accogliente è uno che ascolta. Anzi, cammina e ascolta. Anzi, ascolta in cammino.

    B

    Bastione – La Chiesa Accogliente non lo sia mai, specie contro la modernità. La Chiesa Accogliente costruisce ponti, non muri, né tanto meno bastioni. Il cattolico che parla di bastioni, specie contro l’Islam, va deplorato e condannato. Non è degno di essere accolto nella Chiesa Accogliente.

    Bene – Ottimo se comune, da evitare invece in senso oggettivo. Ricordare che ognuno ne ha una sua visione, come del male. Evitare di usarlo con l’iniziale maiuscola, perché spaventa. Dire che è preferibile il bene possibile al bene massimo. Non spiegare perché.

    Benedetto XVI – Dire che fu un nonno buono, ma evitare di riflettere su che cosa insegnò. Far capire che il suo magistero appartiene a una Chiesa che non c’è più.

    Bontà – Il cattolico aggiornato ne fa sfoggio. La Chiesa Accogliente gronda bontà oltre che misericordia. Certe volte il cattolico aggiornato ne è così sopraffatto da aver bisogno di piccole dosi di intolleranza per riprendersi e non pensare di essere già sulla via della beatificazione. La bontà del cattolico aggiornato si estrinseca nella tenerezza. La tenerezza si estrinseca nell’accoglienza. L’accoglienza si esercita nel discernimento. Poi tornare alla casella di partenza.

    C

    Cammino – Parola altamente raccomandata, strategica, si porta con tutto. Se è ecumenico, il cammino esige che il cattolico faccia autocritica e chieda perdono. Se è di maturazione, va fatto nel discernimento. Ricordare che si pratica nell’ospedale da campo. Contrapporre ad autorità. Camminare fa sempre bene. Preferibile non precisare per andare dove. Camminare nelle periferie esistenziali è espressione consigliabile in ogni contesto. Ricordare che il fariseo, freddo e arcigno, non accompagna e quindi non cammina.

    Carico – Da usare nell’espressione “farsi carico”. Specie delle debolezze, delle ferite e dei limiti, all’interno dell’ospedale da campo. Ricordare sempre che il cattolico aggiornato cammina, accompagna e si fa carico. Se poi gli resta ancora qualche forza, discerne.

    Castigo – Parola tabù. Non pronunciare mai! Dio non giudica e quindi non castiga! Se dovesse sfuggire di bocca, fare una risata e aggiungere: “Ci siete cascati!” Il castigo divino è impensabile. Tranne che in un caso: può colpire il fariseo freddo e distaccato. Anzi, è auspicabile che lo colpisca, così impara.

    Chiesa – Quella Accogliente è ospedale da campo, cura le ferite e va in periferia, perché, com’è noto, da lì si vede meglio. Sia povera e per i poveri. Sia anche incidentata e sinodale. Sia cantiere aperto. Non stare troppo a spiegare che significa. Dire che la Chiesa Accogliente sta vivendo una primavera che i vecchi cardinali tradizionalisti e in preda ai dubia non furono in grado di apprezzare perché chiusi e legalisti. La Chiesa Accogliente è comunità. Anzi, comunità in cammino. Anzi, comunità in cammino sinodale. Verso le periferie. Già detto? Non importa: meglio ripetere.

    Chiusura – È quella dei farisei arcigni e freddi. Contraddistingue chi non accetta l’avvento della Chiesa Accogliente e si combatte implacabilmente con la misericordia, a colpi di apertura nel cammino di accompagnamento e nel processo di discernimento. Il cattolico aggiornato non ha chiusure. Se non verso il fariseo freddo e legalista.

    Comprensione – Da esercitare in ogni singola situazione. Parola strategica, sempre consigliata. Il cattolico aggiornato cammina, accompagna, fa autocritica, chiede perdono ed esercita la comprensione. Perché non tutto è bianco o nero, eccetera.

    Condanna – Parola tabù. Non si pronunci mai! Pronunciarla vuol dire farsi estromettere dal ballo delle idee correnti e dal consesso delle persone civili! Ricordare che Dio non giudica, quindi non condanna. Fare eccezione per il fariseo legalista e freddo.

    D

    Decentramento – La Chiesa Accogliente lo vuole. Va a braccetto con la sinodalità. Dire che il decentramento aiuta a vedere le periferie e le ferite.

    Dialogo – Alla Chiesa Accogliente piace da morire. Il cattolico aggiornato è tutto un dialogo e un dialogare. Caldamente raccomandato il dialogo interreligioso e intrareligioso.

    Dio – Dire che non è cattolico. Dire anche che è buono, ma evitare ogni riferimento alla sua onnipotenza. Dire che ognuno ha il suo ed è giusto così. È misericordioso e quindi non giudica, non condanna, non castiga. Altrimenti sarebbe fondamentalista. Espressione tipica del cattolico aggiornato: Dio è amore. Non spiegare.

    Discernimento – Parola determinante. Avviene sempre e comunque nell’ascolto e nel cammino di accompagnamento. Il discernimento sia responsabile e serio. Il suo processo avvenga all’interno di una pastorale non fredda. Il suo fine sia distinguere esaminando le circostanze attenuanti. Usarlo in sostituzione del concetto di verità. Contrapporre con decisione ad autorità e norma. Fa ritrovare il gusto della libertà. Il cattolico aggiornato sostanzialmente è uno che discerne.

    Dottrina – Se ne parli il meno possibile. Parola che non piace alla Chiesa Accogliente, perché porta con sé l’immagine di qualcosa di certo. Da prendere sempre con le molle. Mai accostarla a “retta”. Chi se ne occupa pecca di astrattezza. Non può sostituire il discernimento. Quando se ne esce, si ritrova il gusto della libertà. Se per caso scappa di citarla, dire che si sta parlando per assurdo.

    E

    Ecumenico – Dicesi del cammino nel quale il cattolico deve farsi carico di qualcosa mentre comunque chiede perdono e spiega che Dio è amore. Sinonimo di aggiornato e aperto.

    Empatia – Parola amata dalla Chiesa Accogliente. Il cattolico aggiornato è empatico. Dire che un cuore empatico pulsa nel dialogo.

    F

    Falsi – Dicesi degli ipocriti farisei che si preoccupano della legge e producono dottrina da scrivania. Non riescono a percepire l’aria di primavera. Dipingerli misericordiosamente come parassiti.

    Ferite – Parola altamente consigliabile. Sono curate nell’ospedale da campo con la misericordia e senza giudicare. Bisogna farsene carico, al pari delle fragilità e delle complessità. Il cattolico aggiornato ne parla in continuazione. Come nel caso delle periferie, la parola “ferite” assicura l’unanime plauso e consente l’ingresso immediato al gran ballo delle idee correnti.

    G

    Gesti – Ricordare che valgono più delle parole.

    Gesù – Era uomo, era Dio, ma più uomo che Dio. Metterne in luce l’umanità. Accusare il cattolico non aggiornato di nutrire un’insana passione per un Gesù destoricizzato.

    Giudicare – È meschino, quindi vietato. In ogni caso mai farlo in un serio e responsabile processo di discernimento pratico. Da usare solo nell’espressione idiomatica “Chi siamo noi per giudicare?”

    Giudizio – Da evitare sempre!

    I

    Identità – Parola sorpassata, da evitare. Usare solo nell’espressione “identità plurale”. Non spiegare.

    Incidentata – Lo sia la Chiesa e anche la teologia. Non spiegare mai che cosa vuol dire.

    Incontro – Parola regina. La Chiesa Accogliente sia tutto un incontro e un incontrare. Espressione raccomandata: “Fare l’esperienza dell’incontro”. Meglio ancora: “Fare l’esperienza dell’incontro nella gratuità”.

    Integrare – Sempre e tutti. Ovviamente con premura e tenerezza. Il cattolico aggiornato è per l’integrazione. Se non si è d’accordo, si è fuori!

    Intercomunione – Obiettivo da raggiungere tra cattolici e luterani. Ovviamente dopo che i cattolici hanno fatto autocritica e chiesto perdono.

    L

    Legge – Roba da farisei. Dire che c’è solo la legge della misericordia e dell’amore, ma senza spiegare. Sostenere che non ce n’è una generale. Meschino considerare solo la legge, specie se morale, prescindendo dalla situazione soggettiva. Comunque da prendere con le molle. Chi se ne occupa pecca di astrattezza.

    Lontani – La Chiesa Accogliente li ama. Tutte le attenzioni sono per loro. Non specificare chi siano.

    Lutero – Non voleva dividere, ma riformare. Dire che fu una medicina per la Chiesa.

    M

    Magistero – Buono quando prende le distanze dalla norma. Cattivo quando pretende di insegnare la Verità. Non può e non deve spiegare tutto. Preferibile sostituire con la parola discernimento.

    Male – Di esso ognuno ha una sua visione. Come del bene.

    Misericordia – Altra parola regina per la Chiesa Accogliente. Non viene negata a nessuno. Si esercita nell’ospedale da campo e nel cantiere aperto, per la cura delle ferite e delle fragilità. Serve per stroncare la chiusura dei farisei e bollare la loro tiepidezza. Ricordare: Dio è misericordia totale, quindi non giudica, non punisce. Il cattolico aggiornato gronda misericordia.

    Modernità – Parlarne per giustificare l’aggiornamento. Non spiegare. Parlare di confronto aperto con essa: suona bene e attira consensi.

    Multireligiosità – Parola da usare spesso, anche a casaccio. Come tutto ciò che è “inter”, anche tutto ciò che è “multi” piace alla Chiesa Accogliente. Ricordare: chi non è “inter” e “multi” è inevitabilmente e terribilmente “pre”. E non sa essere doverosamente “post”.

    Muri – Il cattolico aggiornato li abbatte e costruisce ponti. Tenere a mente che chi innalza muri non è cristiano. Se poi l’eventuale muro serve per difendere fede e identità, sorvolare.

    N

    Naso – Mai metterlo nella vita morale della gente.

    Naturale (legge morale) – Non tenerne conto. La legge morale naturale è un ferrovecchio del pensiero. Il cattolico aggiornato è storicista, quindi procede attraverso ben altre categorie, ci mancherebbe!

    Negoziabili – Tutti i valori lo sono.

    Neopelagiani – Dire dei cattolici fedeli alla tradizione.

    Nero – Mai accostarlo a bianco perché nella vita, si sa, nulla è bianco o nero.

    Norma – Se generale, non c’è. Se morale, va inquadrata. Meschino considerarla senza un appropriato e serio processo di discernimento pratico. Bene precisare che nessuno intende metterla in discussione, salvo poi considerarla un vecchio arnese.

    O

    Odore – Com’è noto, è quello delle pecore. Com’è altrettanto noto, contraddistingue il vero pastore. Il cattolico aggiornato ama queste metafore e ne fa sfoggio senza pietà.

    Oggettiva – Una tale situazione di peccato praticamente non c’è o esiste solo nella testa dei fondamentalisti e dei farisei.

    Onnipotente – Da evitare. Aggettivo che sa di vecchio. Nella Chiesa Accogliente Dio è buono e misericordioso, non onnipotente.

    Ospedale (da campo) – Espressione da utilizzare in ogni occasione. Dicesi della Chiesa quando esercita la misericordia nella cura delle ferite gravi e se ne prende carico. Chi ci sta dentro pratica l’ascolto in un cammino di discernimento sinodale. Evitare di chiedersi quale cammino e per arrivare a che cosa.

    P

    Pace – Ciò che vogliono i musulmani.

    Papa – Mai usare quando si dialoga con le altre confessioni cristiane! Per la Chiesa Accogliente in questi casi il papa non esiste. C’è solo il vescovo di Roma.

    Peccato – Meno se ne parla meglio è. Su quello originale sorvolare sempre. Quello mortale non è più contemplato.

    Pecore – Il loro odore accompagni il vero pastore. Rincorrere misericordiosamente quelle fuori dal recinto proponendo opportuni cammini di discernimento. Vedere l’effetto che fa. Preoccuparsi di quelle che stanno dentro il recinto è roba da tradizionalisti ipocriti e freddi.

    Penitenza – Non se ne parli. Nella Chiesa Accogliente non si fa.

    Perdono – Parola regina nella Chiesa Accogliente. Il cattolico aggiornato ne parla sempre. Una frase come “il dialogo si fa autentico quando mette al centro la grammatica del perdono” lo manda in brodo di giuggiole. La Chiesa Accogliente chiede perdono a tutti: protestanti, buddhisti, confuciani, musulmani. Non si sa perché, ma suona tanto bene. Dio inoltre perdona, sempre e comunque.

    Periferie – Vanno sempre bene. Da lì si vede meglio. Non chiedersi perché. La Chiesa sia al servizio di quelle esistenziali. Usare per screditare con misericordia i fondamentalisti.

    Pluralistico – Lo è il pensiero e il punto di vista del cattolico aggiornato. Aggettivo da esibire come lasciapassare per essere ammessi al gran ballo delle idee correnti. Tutto ciò che è pluralistico e plurale va bene nella Chiesa Accogliente.

    Poliedro – Figura solida da esaltare. Metterla in contrapposizione alla sfera, sottolineando che quest’ultima è troppo perfetta.

    Ponti – Il cattolico aggiornato li costruisce ovunque, da mattina a sera, e nel contempo abbatte i muri.

    Popolo – Ha sempre ragione, è praticamente santo. Parola da utilizzare a profusione. Il popolo non può sbagliare. Può solo essere oppresso e sfruttato. I movimenti che lo rappresentano vanno accolti a braccia aperte ed elogiati. I capipopolo sono simpatici. Se sostengono idee assurde e dicono banalità, non si deve farci caso. Ancora meno se si comportano da tiranni. Sottolineare invece la bellezza dei loro abiti colorati.

    Proselitismo – Strumento di propaganda. Una solenne sciocchezza.

    R

    Registratore – Come affermò autorevolmente il generale dei gesuiti nel 2017, ai tempi di Gesù non c’era. Quindi non possiamo essere sicuri di ciò che ha veramente detto nostro Signore. Quindi la guida non è il Vangelo, ma il discernimento.

    Relativismo – Tralasciare. Ne parlava Ratzinger: roba vecchia.

    S

    Sacro (senso del) – Come per l’aborto, l’eutanasia e il peccato: meno se ne parla, meglio è. Sa di vecchio.

    Salvezza (dell’anima) – Non interessa, non fa notizia. Il cattolico aggiornato non ne parla. Anche perché, impegnato com’è a discernere, accompagnare, integrare, farsi carico, ascoltare, eccetera, non ha più fiato.

    Segni (dei tempi) – Interpretarli, nel cammino di discernimento. Ma l’espressione migliore è “assumerli responsabilmente”. Obiettivo: scardinare la dottrina e aprire le porte alla morale della situazione.

    Sinodale – Aggettivo altamente consigliato. La Chiesa Accogliente, ospedale da campo e cantiere aperto, è sinodale. Suona sempre bene. Il cattolico aggiornato è sinodale a prescindere.

    Situazione – Quella oggettiva di peccato non esiste. C’è solo quella soggettiva. Ognuna va affrontata con comprensione nel processo di discernimento.

    T

    Tempo – È superiore allo spazio. Non spiegare perché.

    Tenerezza – Da esercitare con premura al fine di integrare. Il cattolico aggiornato la usa in modo implacabile contro il fondamentalismo.

    Timore (di Dio) – Soppresso.

    Tommaso d’Aquino (san) – Utile quando serve al processo di discernimento. Mai prenderlo alla lettera.

    Tradizione – Usare poco, per lo più in chiave polemica. Quella cristiana, specie in campo morale, va letta solo in senso pastorale, non dottrinale. Non spiegare che cosa significa.

    U

    Umiltà – Ingrediente fondamentale in un serio processo di discernimento pratico. Contrapporre sempre e comunque a fondamentalismo e fondamentalisti.

    Unità – Quella con i luterani è da ricercare senza sosta.

    V

    Varietà – Contrapporre a identità. Dire che la verità si rivela nella varietà. Non spiegare.

    Verità – Da usare con le molle, solo se strettamente necessario, meglio con l’iniziale minuscola e al plurale. Preferibile parlare di complessità.

    Z

    Zitella – Appellativo da attribuire alla Chiesa triste, non fantasiosa e ridanciana.

    Aldo Maria Valli

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  3. Juan Donnet, gracias por regalarnos esos artículos tan clarificadores, que no ayudan a separar el trigo de la cizaña

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  4. ONE PETER FIVE
    El culto al cambio frente a la inmutabilidad cristiana
    21/07/18 12:05 AM por Peter Kwasniewski
    Nuestros tiempos modernos presentan con colores muy atractivos las novedades constantes. Dan un halo romántico a todo lo que suponga variedad, desarrollo, progreso o cambio. Exalta la evolución como paradigma de conocimiento y de toda realidad. Quienes se aferran a la sabiduría perenne, las verdades permanentes, la moral tradicional, la cultura heredada, los monumentos artículos y ritos y costumbres consagrados por el tiempo son tildados de retrógrados, atrofiados,chapados a la antigua, pasados de moda. Han quedado desfasados, no están a la altura de los tiempos.

    Ahora bien, si echamos un vistazo a la historia de la filosofía y la ciencia modernas, así como de la religión moderna, observaremos adónde nos ha llevado el culto a lo novedoso: nada menos que a rechazar el principio de contradicción, según el cual nada puede ser y no ser al mismo tiempo. En el mismo sentido, al rechazo de la esencia inmutable de las criaturas, que hunde sus raíces en el Logos eterno de Dios. Al rechazo de una finalidad, con lo que por mucho que se alabe de boquilla al progreso nada hay en realidad que vaya encaminado hacia su realización y por consiguiente nada puede tener sentido o importancia. Al rechazo de la condición de criatura y por tanto dependiente y receptiva del ser humano. Y al rechazo definitivo de la Revelación divina, dirigida a través de Cristo a la naturaleza humana y a todo hombre para su salvación.

    En todos estos sentidos, el movimiento de la modernidad ha terminado por despeñarse en un profundo abismo, un pozo del que no es posible salir por uno mismo, una feroz competencia carente de sentido en busca de poder, posesiones materiales y placeres, hasta el extremo de morir asistido por el vacío consuelo de los analgésicos. La modernidad es una reductio ab absurdum de proporciones cósmicas, una demostración de lo que pasa cuando nos olvidamos de Dios: de Dios, que da sentido a todo, incluidos el sufrimiento y la muerte. Somos testigos de primera mano de lo que sucede cuando se intenta vivir sin referencias a un horizonte eterno, a una verdad que no es de nuestra creación, a una Bondad que debe ser objeto de nuestro amor y una belleza para cuya búsqueda se nos creó.

    No es de extrañar que el mundo –el mundo de la separación de Dios, del que hablan Nuestro Señor y sus apóstoles con términos tan duros como si fueran todo lo contrario de Dios– piense y se comporte de esa manera. El mundo sigue al príncipe de este mundo, el que pronunció el non serviam que introdujo el egoísmo, la discordia, la fealdad, el odio y la anarquía en el universo ordenado que Dios había creado. Lo que sí sorprende, lo que constituye un escándalo en toda la extensión de la palabra, es que las propias autoridades de la Iglesia, hombres a los que Dios ha encomendado mediante un sacramento el cargo de enseñar, gobernar y santificar a la grey racional de Cristo, empiecen a pensar y actuar de la misma manera, deslizándose imperceptiblemente hacia el non serviam luciferino.

    La caída hacia lo demoníaco se da hoy en día en el non serviam de los que quienes rechazan la enseñanza inequívoca de Nuestro Señor en los Evangelios sobre la indisolubilidad del matrimonio y la importancia de no arrojar las perlas de la Eucaristía a puercos que no se han arrepentido. Se da en el non serviam de quienes desean abolir el celibato y extender el ministerio sacerdotal a la mujer. Se da en el non serviam de los que tratan a la liturgia como si fuera algo de su propiedad que pueden modificar a su capricho, en vez de apreciarla como un legado sagrado de los santos que se nos ha transmitido para santificación de nuestra alma.

    Una vez más, sabemos que el Diablo no duerme. Como nunca descansa en Dios, trata incansablemente de suscitar inquietud en cada uno de nosotros, de apartarnos del Dios inmutable que es nuestra fortaleza, nuestra roca y refugio, nuestro Salvador, nuestra defensa, la fuente invisible de nuestra fuerza. La batalla de la vida espiritual no tiene lugar afuera en el mundo, sino aquí mismo en mismo en mi corazón, en el corazón de ustedes. ¿Vamos a perder la tranquilidad mientras arde el mundo? ¿Nos iremos a la deriva, abandonando el único puerto que nos brinda abrigo y seguridad por dejarnos seducir hacia el mar abierto donde inevitablemente naufragaremos? ¿Estaremos tan enfrascados en el combate que olvidaremos que la victoria imperecedera ya se ha alcanzado y participamos de ella en el celestial banquete de la Sagrada Comunión? ¿Caeremos en el más sutil de los errores –que si parece que la Iglesia vacila y fracasa, será que Cristo ya no nos puede salvar–, como si nuestra limitada y deficiente visión del mundo pudiera abarcar realmente lo que tiene lugar en el inmenso e invisible ámbito en que se mueven los ángeles y las almas?

    «El misterio de iniquidad ya está obrando», escribe San Pablo a los Tesalonicenses (2 Tes 2,7), y añade San Juan «Se enfureció el dragón contra la mujer, y se fue a hacer guerra contra el resto del linaje de ella, los que guardan el mandamiento de Dios y mantienen el testimonio de Jesús» (Apoc.12,17). El dragón del non serviam guerra contra la que dijo: «He aquí la esclava del Señor: séame hecho según tu palabra»; la Palabra inmutable, irrefutable e irrebatible de Dios.

    La Fe cristiana ve el cambio de un modo fundamentalmente diferente a como lo ve la modernidad. Para el creyente, la primera de las categorías no es la del cambio, sino la inmutabilidad. Nosotros no medimos por el progreso por la medida en que se tenga acceso al agua corriente, la electricidad y conexiones wifi, sino por las tres vías o etapas de la vida espiritual: purgativa, iluminativa y unitiva. La única novedad que importa es la novedad de Cristo, nuevo Adán, en el que hemos sido bautizados, cuya plena estatura estamos llamados a alcanzar mediante una constante conversión (cf. Ef.4,13). Los cambios sólo son bueno cuando cumplen la finalidad de transformarnos sustituyendo nuestros vicios por virtudes, nuestra separación de Dios en amistad con Él. Cualquier otro cambio es, en el mejor de los casos, accidental, y distrae o es destructivo en el peor.

    La Fe cristiana, que es continuación y culminación de la judía, se basa en tres realidades inmutables: el único y simple Dios bendito, Padre, Hijo y Espíritu Santo; la unión hipostática de la divinidad y la humanidad en Jesucristo, alianza ontológica inquebrantable; y el depósito apostólico de la Fe transmitida por el mismo Cristo a sus apóstoles y por éstos a sus sucesores hasta el final de los tiempos. El depósito de la fe nunca cambia ni puede cambiar.

    San Vicente de Lerins, en su gran Conmonitorio, escrito hacia el año 430, introduce dos términos contrastantes y explica con exactitud su diferencia. El primero profectus, se aplica a un desarrollo en la formulación de lo que creemos, la expresión de algo ya conocido pero aún no expresado con tanta plenitud por la mente humana guiada por la fe y espoleada por el Espíritu Santo. La otra, permutatio, significa mutación, distorsión o desviación de lo original. San Vicente de Lerins insiste en que la única fe verdadera de la Iglesia admite el profectus pero nunca la permutatio. Se puede ahondar en el nexus misteriorum, la tupida red de misterios, y ver destellar nuevas facetas de bellezas; lo que jamás se puede hacer es sacar un conejo del sombrero de copa; o mejor dicho, una paloma de una mitra.

    Michael Palauk, catedrático de ética en la Universidad Católica de EE.UU., lo expresa con bastante acierto:

    Las teorías desarrollistas tienen por objeto determinar la identidad de doctrina, no encontrar diferencias. (…) Cuando Newman expresó su de forma deductiva en latín después de su conversión para los teólogos de Roma, señaló que, objetivamente, la doctrina se da toda de una vez en la Revelación de Cristo y jamás se altera. La recepción subjetiva de la doctrina puede variar, pero nunca de tal forma que el contenido objetivo parezca alterado (…) Lógicamente, ninguna contradicción se puede calificar de desarrollo, como tampoco el hacha al pie del árbol puede desarrollar a éste.

    Lo que dice San Vicente de Lerins de la doctrina se aplica también a los principios cristianos de moralidad, ante todo la realidad de la maldad intrínseca de las malas acciones; acciones que jamás pueden ser buenas por muy buenas que sean las intenciones que las motiven y sean cuales sean las circunstancias. Siguiendo a su Divino Maestro, la Iglesia ha dejado clara su postura ante dichas acciones. Ha habido profectus, como vemos en la enseñanza de papas modernos como Pío XII y Juan Pablo II, pero no una permutatio que trastorne y voltee los mandamientos. La regla de la caridad, de las acciones buenas y que agradan a Dios, como regla de fe que gobierna nuestra aceptación de la verdad, es perenne, inmutable.

    Como destacó diáfanamente la encíclica Veritatis splendor, la crisis de la Iglesia tiene su origen en la falta de adhesión a la verdad revelada y de estar dispuestos a vivir la verdad, a padecer y morir por ella. De una forma o de otra, siempre se trata de una contienda entre el non serviam de Satanás y el «no se haga mi voluntad sino la tuya» de Cristo; entre la libertad autodestructiva del pecado y la libertad autoperfeccionante de la obediencia; entre la aburrida seducción del cambio perpetuo y el encanto satisfactorio del amor de Dios. La lucha ha entrado en una nueva fase, de mayor intensidad, pero Cristo Nuestro Señor es el mismo, su verdad permanece y su victoria está garantizada.

    (Traducido por Bruno de la Inmaculada. Artículo original)

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    Peter Kwasniewski
    PETER KWASNIEWSKI
    El Dr. Peter Kwasniewski es teólogo tomista, especialista en liturgia y compositor de música coral, titulado por el Thomas Aquinas College de California y por la Catholic University of America de Washington, D.C. Ha impartrido clases en el International Theological Institute de Austria, los cursos de la Universidad Franciscana de Steubenville en Austria y el Wyoming Catholic College, en cuya fundación participó en 2006. Escribe habitualmente para New Liturgical Movement, OnePeterFive, Rorate Caeli y LifeSite News, y ha publicado seis libros, el último de ellos, Noble Beauty, Transcendent Holiness: Why the Modern Age Needs the Mass of Ages (Angelico, 2017).

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  5. Ay, Echenique, lo que nos has transmitido es tan rico que nos podríamos pasar horas y horas hablando sobre ello. El cambio es nuestro, es necesario por nuestra torpeza y limitacion, porque a duras penas podemos intuir o vislumbrar la eternidad divina que, por otro lado es lo único que nos satisface y calma. Los servidores de Satanás lo saben bien saben que cortando el cordón umbilical de criaturas de Dios nos volvemos tremendamente frágiles y manipulables. No queda más remedio que aferrarse más que nunca a Él y a María. Santa María, ruega por nosotros.

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  6. Qué rica es nuestra tradición católica
    En el lugar en el que estoy estoy rodeada por muchos protestantes y me llama la atención su pobreza teológica y su odio al catolicismo y María
    Su religión solo sirve para enaltecer y envanecer su ego

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  7. Este joven sabía que estaba pecando y pudo convertirse y se convirtió, gracias a un atentado terrorista del islam religión de paz. Dios escribe recto con renglones torcidos. Otros el único mensaje que reciben es “Dios te ha hecho gay” y siguen pecando con el aval de alguien que dice ser nada menos que el papa. http://lanuovabq.it/it/scampo-allattentato-nel-club-gay-un-monito-che-mi-salvo

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  8. Gran lección del obispo de Ventimiglia a la misericorditis y su falsa acogida.

    Il Vescovo di Ventimiglia risponde alla lettera sull’immigrazione
    Carissimi,

    leggendo con attenzione la Vostra lettera, ho ritenuto di dover rispondere alle Vostre riflessioni innanzitutto a partire dall’esperienza della Chiesa di Ventimiglia San Remo, da qualche anno fortemente coinvolta dal fenomeno dell’immigrazione, passando da qui una delle principali rotte dei migranti prevalentemente africani e provenienti dal Sud Italia. Spesso purtroppo siamo stati testimoni di drammi consumati alla frontiera italo-francese, dove molti migranti giungono nel desiderio di oltrepassare il confine presidiato dalla gendarmeria, alcuni scappando da situazioni pericolose, altri per ricongiungersi a familiari, altri alla ricerca di un lavoro, altri ancora per trovare fortuna e migliori condizioni di vita. Su questo confine si sono consumate grandi tragedie umane, per la morte violenta di uomini e donne (anche incinte) rimaste vittime di incidenti nel tentativo di oltrepassare lo sbarramento francese, percorrendo di notte i binari della ferrovia, la galleria dell’autostrada o il “sentiero della morte” sui monti. A questo si aggiunga la proliferazione di situazioni di criminalità e di business, ad opera dei cosiddetti “passeurs”.

    Questa esperienza, unita all’ascolto dei tanti immigrati che ho potuto incontrare nelle varie strutture che la nostra Chiesa mette a disposizione, con il coinvolgimento di tanti volontari e la generosità di tanti fedeli, mi consente di fare alcune riflessioni in merito alla Vostra lettera.

    Rifiutare, maltrattare, sfruttare quanti si trovano in queste condizioni è intollerabile, come anche il negare l’assistenza e le cure necessarie per la sopravvivenza è contrario all’insegnamento del Vangelo e al rispetto di ogni diritto umano fondamentale.

    Mi sono chiesto più volte: quale può essere il ruolo profetico della Chiesa in questa situazione? Certamente, abbiamo dato, e continuiamo a farlo, pasti caldi, riparo e supporti vari (mediazione, orientamento, soprattutto umanità) a chi versa in condizioni di difficoltà e ha bisogno del necessario per vivere. Ma può bastare questo per risolvere un problema di proporzioni sempre più gravi?

    La Chiesa guarda al bene integrale dell’uomo e di tutti gli uomini, tenendo conto che la sua azione propria è di natura religiosa e morale, altrimenti non ci sarebbe nessuna differenza con una qualsiasi delle ONG che si attivano per il trasporto dei migranti nel Mediterraneo. La Chiesa è nata per perpetuare la presenza e l’azione di Gesù Cristo Salvatore, essa parla alle coscienze e al cuore di ogni uomo, traducendo e incarnando il suo annuncio in azioni concrete. Rispetto ai problemi contingenti, come ricordava San Giovanni Paolo II, intervenendo in un Simposio sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel 1982: «la Chiesa non ha competenze dirette per proporre soluzioni tecniche di natura economico-politica; tuttavia, essa invita a una revisione costante di qualsiasi sistema, secondo il criterio della dignità della persona umana». La Chiesa, cioè, quanto al suo magistero, agisce non in nome di una competenza tecnica, ma attraverso una seria riflessione cristiana che illumina i temi della realtà sociale.

    Di fronte a situazioni complesse di carattere politico e sociale, spesso i fedeli, individualmente o in gruppi particolari, possono assumere legittime e diversificate iniziative, trovando sempre però nel Vangelo e nell’insegnamento sociale della Chiesa i principi ispiratori delle loro azioni e delle loro scelte politiche. Le scelte e i progetti dei singoli o dei gruppi di ispirazione cristiana possono divergere, pur agendo da cristiani, senza per questo pretendere di agire a nome della Chiesa o di imporre un’interpretazione esclusiva e autentica del Vangelo. La Gaudium et spes, al n. 43, ha espresso questo principio in modo inequivoco: «Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, ciò che succede abbastanza spesso legittimamente. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall’altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa».

    In un contesto complesso e pluralista, compito della Chiesa è indicare principi morali perché le comunità cristiane possano svolgere il loro ruolo di mediatrici nella ricerca di soluzioni concrete adeguate alle realtà locali. Lo ha mirabilmente espresso il Beato Paolo VI al n. 4 di Octogesima adveniens: «Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della Chiesa, quale è stato elaborato nel corso della storia, e particolarmente in questa era industriale».

    Tali precisazioni sono importanti per giungere al cuore della mia riflessione, che ruota attorno alla seguente affermazione: l’esperienza dell’emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata spesso delle sue risorse migliori. A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occidentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati – non sempre senza ragione – di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa.

    Le lacrime dei tanti giovani immigrati che ho incontrato in questi anni danno ragione della complessità della vicenda.

    Comprendo in questo senso le parole di San Giovanni Paolo II, tratte dal Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni del 1998: “il diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione”. Un principio di giustizia sociale ribadito anche da Benedetto XVI che, nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2013, ha affermato il “diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Interpretando l’esperienza e la coscienza di tanti profughi, spesso vittime di sogni e illusioni, ha commentato: “Invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un «calvario» per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria”.

    Per questa ragione, oggi, mentre affermiamo con Papa Francesco il dovere dell’accoglienza di chi bussa alla nostra porta in condizioni di grave emergenza, occorre anche impegnarsi, forse più di quanto non sia stato fatto, per garantire ai popoli la possibilità di “non emigrare”, di vivere nella propria terra e di offrire là dove si è nati il proprio contributo al miglioramento sociale. La separazione e lo smembramento delle famiglie dovuto all’emigrazione rappresenta un grave problema per il tessuto sociale, morale e umano dei Paesi d’origine. L’emigrazione dei giovani rappresenta un grande depauperamento per l’Africa. Spesso, inoltre, a emigrare sono i giovani istruiti, nell’illusorio sogno del benessere europeo a portata di mano. Nell’impegno per l’accoglienza, si finisce spesso per trascurare quanti restano in quei Paesi, che spesso sono veramente i più poveri, anche culturalmente.

    Fermo restando il diritto per ogni uomo di cercare fortuna fuori dalla propria terra di origine, come anche il dovere di accoglienza per i Paesi più ricchi del mondo, occorre tuttavia tener conto del fatto che gli uomini, le donne e i bambini oggi coinvolti nel fenomeno delle migrazioni sono – a mio parere – tre volte vittime.

    Innanzitutto sono vittime di ingiustizie, di miserie, e spesso anche di guerra, che li costringono a partire dai loro Paesi d’origine. Come possiamo tacere che tali situazioni, direttamente o indirettamente, sono frutto di politiche coloniali antiche e nuove? Il primo dovere di carità umana allora ci impone di aiutare questi popoli laddove vivono, richiamando l’attenzione e l’impegno di tutti sulla rimozione di queste ingiustizie e quindi anche delle cause che li spingono all’emigrazione.

    Desidero richiamare in proposito l’appello che le Chiese africane hanno rivolto in più occasioni ai loro figli più giovani: “Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America” ha detto Mons. Nicolas Djomo, Presidente della Conferenza Episcopale del Congo, all’incontro panafricano dei giovani cattolici del 2015, invitandoli a guardarsi dagli “inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali”, perché non si può pensare che gli uomini siano come merci che si possono sradicare e trapiantare ovunque, se non perseguendo un’idea nichilista che vorrebbe appiattire le culture e le identità dei popoli. “Voi siete il tesoro dell’Africa; – ha aggiunto Djomo – la Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi”.

    Ancora più recentemente, dal Senegal alla Nigeria, i Vescovi hanno avuto reazioni indignate di fronte ad alcuni filmati che mostrano come vengono trattati alcuni migranti prima di essere venduti in Libia come schiavi, per poi finire a fare i profughi in mare aperto. “Non abbiamo il diritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano, tutto questo deve finire” dice dal Senegal Monsignor Benjamin Ndiaye, Arcivescovo di Dakar, che argomenta per assurdo: “meglio restare poveri nel proprio Paese piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione”. A lui hanno fatto eco più recentemente in Nigeria Mons. Joseph Bagobiri della Diocesi di Kafachan e Mons. Jilius Adelakan, Vescovo di Oyo. I Pastori riconoscono che la Nigeria è un Paese ricco di tante risorse, ma le associazioni malavitose, che hanno contatti anche nei vari Paesi europei, e anche in Italia, incoraggiano di fatto la tratta di esseri umani, alimentando illusioni e false speranze, per un loro tornaconto.

    In secondo luogo, oltre che vittime di ingiustizie laddove vivono, i migranti sono spesso vittime di rifiuto e di sfruttamento nei Paesi a cui approdano. Sono anche vittime di condizioni strutturali che, al di là della buona volontà di chi accoglie, non consentono sempre di dare loro quella fortuna che cercano. Come possiamo dimenticare le difficoltà di lavoro che incontrano molti dei nostri giovani, essi pure costretti ad andare a cercare altrove la prospettiva di un futuro?

    In questo ambito si deve considerare il difficile tema dell’immigrazione islamica, che pone un grave problema di integrazione con la nostra cultura occidentale e cristiana. Faccio riferimento a dati obiettivi, fonte spesso di problemi non indifferenti, posti dalla difficile conciliazione di concezioni assai diverse del diritto di famiglia, del ruolo della donna, del rapporto tra religione e politica. Il tema è stato ben argomentato a suo tempo dal compianto Card. Giacomo Biffi e molti sono i richiami in tal senso provenienti in questi anni dai Vescovi che in Medio Oriente vivono quotidianamente queste difficoltà, come ad esempio, il Vescovo egiziano copto di Alessandria, Mons. Anba Ermia. Queste difficoltà sono ben note anche in alcuni Paesi europei, come la Francia, dove l’integrazione è ancora di là da venire, come ci dimostrano le tristi cronache di questi anni. Tuttavia mi preme precisare, come anche Papa Francesco ha affermato più volte, che i fatti gravi di tipo sovversivo e terroristico non sono fondamentalmente espressione di una guerra di religione, essendo più variegate e complesse le motivazioni. Grandi passi sono stati fatti sul piano del dialogo interreligioso. Per tornare al nostro tema, le difficoltà di integrazione le vediamo anche nelle realtà più piccole dei nostri centri, dove assistiamo alla creazione di veri e propri “quartieri islamici”, che, con gravi tensioni tentano di impiantare le loro regole e le loro tradizioni.

    Anche Papa Francesco ha sempre riconosciuto che la politica dell’accoglienza deve coniugarsi con la difficile opera dell’integrazione “che non lasci ai margini chi arriva sul nostro territorio” e proprio pochi giorni fa ha precisato che l’accoglienza va fatta compatibilmente con la possibilità di integrare. L’esperienza di questi anni ci ha dimostrato che gli immigrati spesso restano ai margini delle nostre società, in veri e propri ghetti, in cui parlano la loro lingua e introducono i loro costumi, come in comunità parallele, talvolta in contesti di degrado. Per non tacere del grave fenomeno degli immigrati che finiscono in mano alla malavita o agli sfruttatori del piacere sessuale.

    In terzo luogo, i migranti, già vittime di ingiustizie nei loro Paesi d’origine, costretti a subire sfruttamento e gravi difficoltà nei Paesi di arrivo, soprattutto quando scoprono che non ci sono le condizioni di fortuna sperate, sono vittime insieme alle popolazioni occidentali di “piani orchestrati e preparati da lungo tempo da parte dei poteri internazionali per cambiare radicalmente l’identità cristiana e nazionale dei popoli europei”, come recentemente ha ricordato Mons. A. Schneider. Senza ossessioni di complotti, ma anche senza irresponsabili ingenuità, non possiamo nascondere che siano in atto tanti progetti e tentativi volti ad annullare le identità dei popoli, perché ciascun uomo sia più solo e debole, sganciato dai riferimenti culturali di una comunità in cui possa identificarsi fino in fondo: lo possiamo costatare dalla produzione legislativa europea sempre più lontana e avversa alle radici della nostra civiltà. Se da una parte possiamo concordare che oggi non vi sia una vera e propria guerra tra le religioni, dobbiamo però riconoscere che è in atto una “guerra” contro le religioni, ogni religione, e contro il riferimento a Dio nella vita dell’uomo. Spesso, giunti in Europa, i migranti sentono anche il peso e la fatica di una visione di vita e di uno stile non appartenenti alla loro storia e identità, siano essi cristiani, islamici o di altra fede religiosa.

    Come Vescovo, sento forte la responsabilità di custodire il gregge che mi è stato affidato e di custodire la continuità dell’opera della Chiesa nel nostro problematico contesto sociale, presidio e baluardo di autentica promozione umana. Personalmente, sono convinto che il futuro dell’Europa non possa e non debba rischiare verso una sostituzione etnica, involontaria o meno che sia.

    Tutte queste ragioni, che in breve ho cercato di enucleare, danno ragione di quanto è affermato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che al n. 2241, compendia la saggezza, la prudenza e la lungimiranza della Chiesa:

    “Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.”

    A questi principi di buon senso e sapienza cristiana suggerisco di conformare l’agire sociale, illuminati dal Magistero della Chiesa, del Papa e dei vostri Vescovi.

    Consegno questo messaggio con la più ampia libertà del cuore, non avendo da difendere posizioni di privilegio, strutture o posizioni politiche, ma guardando alla complessità del fenomeno in gioco, e alla varietà degli elementi di cui occorre tener conto affinché in questa impegnativa congiuntura, come sempre, il Vangelo di Gesù Cristo sia la bussola che orienta il cammino della Chiesa e degli uomini di buona volontà per il bene integrale del singolo e dell’umanità intera.

    + Antonio Suetta

    Vescovo di Ventimiglia – San Remo

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