🇮🇹 LA BELLEZZA SALVERÀ LA FEDE. Di Vicente Montesinos

Il contributo decisivo di Hans Urs von Balthasar in piena continuità con la tradizione cattolica

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Teologia di Von Balthasar

 

di Vicente Montesinos

Direttore de Adoración y Liberación

 

Negli ambienti in cui si ama la tradizione, in cui si custodisce con zelo l’integrità della fede e si diffida —a giusta ragione— di tante novità ambigue, è sorta talvolta una sospetto: parlare della bellezza come via teologica potrebbe sembrare una concessione al soggettivismo moderno, un modo per addolcire la verità o per spostare il rigore dottrinale verso l’emotivo. Tuttavia, questo sospetto, pur comprensibile in un contesto di confusione generalizzata, non regge a un’analisi seria alla luce della grande tradizione cattolica. Ed è proprio qui che diventa necessario affermare con chiarezza, con fermezza e senza complessi che la centralità della bellezza nella teologia —così come la sviluppa Hans Urs von Balthasar— non solo non è una deviazione, ma costituisce una provvidenziale riscoperta di una dimensione essenziale del cristianesimo che non avrebbe mai dovuto passare in secondo piano.

Per comprendere questo, è indispensabile collocarsi nel cuore stesso della metafisica classica. La tradizione, dai Padri fino alla scolastica, ha sempre insegnato che l’essere possiede proprietà trascendentali inseparabili: il vero, il bene e il bello. Non si tratta di tre aspetti aggiunti dall’esterno, ma di tre dimensioni che esprimono la medesima realtà da prospettive diverse. Dio, in quanto Essere assoluto, è simultaneamente Verità, Bene e Bellezza. Questo insegnamento, lungi dall’essere una costruzione tardiva, attraversa tutta la tradizione. Basta ricordare Sant’Agostino d’Ippona, che in una delle pagine più sublimi della letteratura cristiana si rivolge a Dio come “Bellezza tanto antica e tanto nuova”, oppure San Tommaso d’Aquino, che definisce il bello a partire dall’integrità, dalla proporzione e dalla chiarezza, mostrando che la bellezza non è un’impressione soggettiva, ma una qualità oggettiva dell’essere che si manifesta all’intelletto attraverso la forma.

Partendo da questa base, risulta evidente che ogni tentativo di espellere la bellezza dall’ambito teologico non è un atto di fedeltà alla tradizione, ma, nel migliore dei casi, una riduzione della sua ricchezza. Ciò che Balthasar compie non è un’innovazione di rottura, ma una riarticolazione di questo patrimonio, riportando nuovamente la bellezza al centro dell’esperienza teologica. In un contesto storico in cui la teologia aveva teso, in certi ambienti, a diventare eccessivamente concettuale, difensiva e astratta, egli ricorda che la rivelazione divina non si presenta soltanto come un insieme di proposizioni vere da accettare, ma come una forma che si manifesta, che si lascia contemplare e che, per la propria luminosità, attrae e trasforma il soggetto.

Il nucleo della sua proposta è profondamente cristologico e, pertanto, radicalmente ortodosso: Gesù Cristo è la forma visibile di Dio, l’epifania concreta della bellezza divina nella storia. Non è semplicemente il portatore di un messaggio, né il mediatore di verità astratte, ma la Verità stessa fatta carne, il Bene incarnato, la Bellezza che si offre allo sguardo dell’uomo. In Lui, la rivelazione non si limita a istruire, ma si dona come presenza. Questa intuizione non introduce alcun elemento estraneo alla fede, ma si collega direttamente alla logica stessa del Vangelo, dove Cristo non conquista i suoi discepoli mediante dimostrazioni filosofiche, ma attraverso l’autorità della sua persona, la forza della sua santità e l’attrazione irresistibile del suo essere.

In questo senso, affermare che la bellezza è una via verso Dio non implica affatto cadere in un estetismo superficiale o sentimentale. Al contrario, significa riconoscere che la verità, quando è pienamente se stessa, possiede una capacità intrinseca di manifestarsi come splendore. La bellezza autentica non è ciò che è semplicemente gradevole o decorativo, ma l’irradiazione della verità nell’ordine dell’essere. Per questo, la bellezza di Cristo raggiunge la sua massima espressione non in ciò che è comodo o armonioso secondo criteri mondani, ma nel mistero della croce, dove l’amore portato fino all’estremo rivela una forma di gloria che può essere compresa solo alla luce della fede. Qui crolla definitivamente l’accusa di superficialità: la bellezza cristiana non elude la sofferenza, la trasfigura.

Da questa prospettiva, il contributo di Balthasar assume anche una rilevanza decisiva nel campo dell’evangelizzazione. In un mondo saturo di discorsi, argomentazioni e scontri ideologici, la mera ripetizione di formule, per quanto vere, risulta spesso insufficiente a toccare il cuore dell’uomo contemporaneo. Non perché la verità abbia perso il suo valore, ma perché ha cessato di essere percepita nella sua densità e nel suo fascino. La tradizione della Chiesa lo ha sempre compreso: le cattedrali, la liturgia, l’arte sacra, il canto, la vita dei santi… tutto questo è stato veicolo di trasmissione della fede proprio perché rendeva visibile la bellezza di ciò che si credeva. Balthasar non fa altro che restituire alla teologia questa dimensione contemplativa, ricordando che la verità non deve essere soltanto difesa, ma anche mostrata nel suo splendore.

Giunti a questo punto, è necessario rispondere con chiarezza a coloro che, partendo da una legittima preoccupazione per l’ortodossia, ritengono che questo approccio possa aprire la porta a deviazioni. La risposta è semplice e profondamente tradizionale: la bellezza di cui parliamo non è autonoma, non è indipendente, non è criterio ultimo. Essa è intrinsecamente unita alla verità e al bene. Laddove se ne separa, cessa di essere bellezza in senso proprio e diventa apparenza ingannevole. Ma quando rimane al suo posto, quando viene compresa come trascendentale dell’essere, non solo è sicura, ma è necessaria. Negarla o minimizzarla non rafforza la fede; la impoverisce.

In definitiva, il grande merito di Hans Urs von Balthasar consiste nell’aver ricordato alla teologia cattolica qualcosa che ha sempre saputo, ma che in certi momenti era stato oscurato: che la rivelazione divina possiede una forma, che questa forma è Cristo, e che in Lui la verità si manifesta come bellezza che attrae, convince e trasforma. Letto in continuità con la tradizione, lontano da ogni interpretazione deviata, il suo pensiero non è una minaccia, ma uno strumento prezioso per restituire alla fede la sua capacità di irradiare luce in un mondo che, più che mai, ha bisogno di tornare a vedere.

E se c’è qualcuno che nel nostro tempo ha approfondito con coraggio, chiarezza e fedeltà questa dimensione, smascherando le caricature e le letture interessate che sono state fatte di Balthasar, è senza dubbio Don Alessandro Maria Minutella. Tanto nella sua opera scritta quanto nelle sue costanti catechesi, ha mostrato come questa teologia, correttamente compresa, non solo non si opponga alla tradizione, ma la illumini dall’interno, permettendo di riscoprire la forza di una verità che, quando è pienamente accolta, si manifesta sempre come infinitamente bella.

 

 

 

 

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