🇮🇹 Un segno che ha attraversato gli oceani e ha confermato ciò che molti intuivano

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di Vicente Montesinos

Direttore Adoración y Liberación

 

 

 

Ci sono momenti nella vita della Chiesa in cui non si può più continuare a guardare altrove. E ci sono segni che, quando arrivano, lo fanno con una tale chiarezza che sarebbe mancanza di onestà spirituale fingere di non averli visti.

Parlerò con la serenità e l’umiltà che Dio vorrà concedermi, e anche con la responsabilità di chi è stato testimone diretto —in Italia, in America, tra sacerdoti perseguitati dell’America ispanica e tra fedeli europei— di qualcosa che non è nato da un’idea umana, né da un gruppo, né da una simpatia passeggera.

Ciò che è accaduto attorno alla figura di don Minutella, e la conferma giunta dall’altra parte del mondo che lo ha chiamato “Leone di Maria”, non è un’invenzione.
Non è un’opinione.
Non è una campagna.
E soprattutto: non è qualcosa che si possa manipolare.

Io ho visto come tutto è nato.
Ho vissuto il contesto preciso.
Sono stato, con tutta la mia piccolezza, un ponte umile e malandato.
E nessuno potrà mai dirmi che non sia accaduto, perché l’ho visto con i miei occhi e con l’anima aperta alla luce di Dio.

Per questo parlo.
Perché una cosa è quando un riconoscimento nasce nello stesso ambiente, dove si potrebbero sospettare influenze, emozioni, affetti, entusiasmi.
Ma qui non è andata così.

Il segno è arrivato limpido.
Libero.
Senza che nessuno lo cercasse.
Senza che nessuno potesse influenzarlo.

Ed è arrivato da un intero continente che non doveva nulla, che non aveva interessi, che neppure conosceva molti dettagli di questa lotta ecclesiale.

Questo, nella storia dell’azione divina, non è mai stato casuale.

Ogni volta che Dio ha voluto segnare l’inizio di una missione, ha agito proprio così:
con un gesto che non nasce dai protagonisti,
con una conferma che sorprende tutti,
e con una chiarezza che zittisce chi deride… ma consola profondamente chi vuole restare nella verità.

L’ho visto in Italia.
L’ho visto in varie diocesi ispanomericane.
L’ho visto tra sacerdoti ispani che rischiano la vita per rimanere fedeli a Cristo.
L’ho visto nelle comunicazioni che mi arrivano ogni giorno da ogni angolo del mondo.
E l’ho visto nei luoghi d’Europa dove la fede resiste nonostante tutto.

Lo stesso schema.
La stessa chiamata.
Lo stesso sigillo.
E non parlo di emozioni, ma di fatti.

Quando una conferma nasce lontano, senza interessi, senza antecedenti, senza possibilità di intervento umano, e arriva proprio in un tempo in cui la Chiesa si sta sgretolando e la confusione è quasi universale, si ha il dovere di riconoscere che non si tratta di una coincidenza, ma di un segno.

Non un segno per convincere chi ha già deciso di non credere.
Ma un segno per sostenere chi lotta per rimanere fedele.

Io, per misericordia di Dio, ho potuto vederlo da entrambe le sponde dell’oceano.
E non perché lo meritassi, ma perché Lui lo ha permesso.

E davanti a qualcosa del genere, tacere sarebbe tradire la verità.

Parlare non è orgoglio: è coerenza con ciò che ho vissuto.

Per questo lo affermo con serenità:
ciò che è accaduto non può essere discusso come opinione umana.

È un segno che porta la stessa impronta dei grandi momenti in cui Dio ha indicato una via e una guida per un popolo smarrito.

Ognuno è libero di accoglierlo o meno.
Ma io, che l’ho visto, non posso negarlo.

E in tempi come questi, quando l’errore avanza travestito da carità e l’inganno si è insediato nelle strutture visibili, non riconoscere un segno così chiaro sarebbe una forma di ingratitudine verso Dio.

Per questo lo dico:
questo è uno di quei segni.
E va proclamato senza paura.

 

 


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