🇮🇹 Firmas, finzione e capitolazione: il gioco pericoloso di Cionci

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di Vicente Montesinos
Direttore di Adoración y Liberación

 

Tra petizioni, iniziative mediatiche e formule ambigue, si sta scivolando da una presunta “resistenza” a una legittimazione di fatto dell’usurpazione. Non tutto ciò che appare lotta per la verità lo è davvero. E non ogni firma difende la Chiesa.

È francamente incredibile assistere, ancora una volta, ai giochi di prestigio mediatici di Andrea Cionci: raccolte di firme, iniziative “procedurali”, appelli ridondanti che, al netto delle parole, finiscono sempre nello stesso punto. Un punto gravissimo. Quello di rivolgersi al capo dell’attuale struttura usurpante chiamandolo, senza esitazione, “Sua Santità”.

Questo non è un dettaglio. È il cuore del problema.

Da anni si ripete lo stesso copione: si promette chiarezza, si invoca un “processo”, si alimenta l’illusione che basti una pressione numerica o una procedura amministrativa per risolvere una questione che è, prima di tutto, dottrinale e soprannaturale. Il risultato è sempre identico: nessuna verità proclamata, nessuna rottura reale con l’inganno, e una progressiva normalizzazione dell’usurpazione.

Il linguaggio tradisce l’intenzione. Chi chiama “Sua Santità” chi non lo è, sta già concedendo ciò che dice di voler mettere in discussione. È una contraddizione insanabile. Non si può, nello stesso gesto, denunciare un problema di legittimità e allo stesso tempo riconoscere l’autorità che si pretende di contestare.

Queste iniziative, presentate come audaci, finiscono per essere perfettamente innocue per il sistema. Anzi: lo rafforzano. Perché canalizzano il dissenso verso binari sterili, controllati, ripetitivi. Danno l’illusione dell’azione mentre disinnescano la vera resistenza.

La verità non nasce da una petizione. Non si vota. Non si negozia. Non si ottiene per accumulo di firme. La verità si proclama, anche quando costa. Soprattutto quando costa.

Il Popolo fedele non ha bisogno di nuovi moduli da compilare. Ha bisogno di chiarezza, di coraggio, di una presa di posizione netta che chiami le cose con il loro nome. Ha bisogno di uscire dalla logica del “forse”, del “vedremo”, del “procediamo”.

Continuare su questa strada significa solo una cosa: accompagnare lentamente le coscienze verso l’accettazione dell’errore come normalità. È una claudicazione mascherata da prudenza. Una resa rivestita di tecnicismi.

La Chiesa non si salva con la burocrazia. Si salva con la fedeltà. E la fedeltà comincia dal linguaggio, dalle categorie, dalle scelte concrete. Chiamare usurpatore chi è usurpatore. Rifiutare ogni formula ambigua. Non offrire, nemmeno implicitamente, ciò che non può essere concesso.

Perché alla fine, piaccia o no, la storia giudica non le intenzioni dichiarate, ma gli effetti reali. E gli effetti di questi “giochini” sono sotto gli occhi di tutti.

La verità non ha bisogno di firme. Ha bisogno di testimoni.

 

Le firme di Cionci.
Le firme di Cionci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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